Quest’operazione chirurgica dura da troppo tempo. E’ un’amputazione che perpetro con rabbia, millimetro su millimetro. Mentre il bisturi scava e la sega recide, lacero l’arteria del cuore. L’ambulatorio è sporco, una tenda da campo piantata in mezzo al niente. Non c’è stata anestesia, solo un taglio netto. Deciso. Ho visto sangue colare ovunque, imbrattare i vestiti, la terra sotto ai piedi. La mia faccia. La tua.

In un angolo, un cumulo di responsabilità mi ricorda quello che non sono riuscito a dirti. Perché ero troppo stanco, troppo deluso, troppo avvilito. Ho chiuso la porta senza voltarmi e sono andato. Come potevi aspettarti che facessi diversamente? Come hai potuto credere che potessi tornare a cercarti dopo averti vista affondare le mani nello scavo della mutilazione, senza neanche pensare come tamponare l’emorragia, ma sezionando i muscoli fino all’osso, fino alla recisione? Avresti potuto provare un gioco diverso.

Sono spariti i gatti, e presto sparirai anche tu. Lo so che succederà. Voglio solo dire questo: ho fatto l’eroe anche quando non volevo esserlo. Di questa guerra mi è rimasto solo un moncherino e la tua incapacità di comprensione.

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