Sono a letto da 36 ore. Alle quattro della scorsa notte sono iniziati i dolori. Un fuoco che mi ha bruciato tutta la parte superiore dello stomaco. Ho preso due pillole per l’acidità. Niente. Dopo un po’ sono arrivati gli spasmi. Nello stordimento del dormiveglia immaginavo il fegato gonfiarsi e scoppiare, spappolando la milza e gli altri organi. Ho preso un’altra pillola per il dolore. Niente. Ho chiamato casa dicendo che stavo male, ma non volevo che mia madre si preoccupasse. Sei ore di fuso orario. L’oceano in mezzo. Dopo un altro paio d’ore sono arrivate le convulsioni e il vomito. Dieci, dodici volte. Mi sono ritrovata svenuta nel bagno. Erano passate dieci ore dall’inizio dei dolori. Avrei dovuto andare in ospedale, ma l’idea di scendere le scale del mio appartamento mi terrorizzava. Ero in un lago di sudore, il viso pallido e le gambe che mi tremavano. Non sarei mai riuscita a reggermi in piedi fino all’uscita. Neanche con tutto l’aiuto che mi poteva essere offerto. Dopo dodici ore il dolore si è intensificato e localizzato nella zona destra dell’addome, tra l’ombelico e l’anca. Riuscivo a stento a stendere la gamba. Le pulsazioni continuavano, e lo stomaco si contorceva a intervalli di cinque, dieci secondi. Se smettevo di respirare, le contrazioni diradavano dai dieci ai 17-18 secondi, ma non con minore intensità. Ho pensato che dovevo morire per smettere di soffrire. A quel punto avevo anche smesso di alzarmi per vomitare in bagno. Mi sporgevo direttamente dal letto e svenivo sulle lenzuola dopo gli sforzi eccessivi della trachea. Raramente ho provato un dolore più intenso. Dopo diciotto ore di tormento, le pulsazioni sono finite, ma ho continuato ad avere come dei vuoti d’aria nella pancia. Più mi preoccupavo, più aumentavano. Mi sembrava di salire e scendere continuamente dalle montagne russe. Mi sono addormentata febbricitante alle undici di ieri sera, senza poter chiamare casa, e lasciando tutti nella più grande preoccupazione. Sono stata svegliata dalle telefonate di mia sorella alle due di notte. Erano in panico. La febbre è stata altalenante, nel corso della giornata. Mi sento molto debole e mi annoio a stare chiusa in casa. Domani mi visiterà il dottore.

Certe volte mi manca tanto casa, la voce di mia madre. La luce della mia finestra. 

Mentre soffrivo cercavo di distogliere l’attenzione dal corpo, ma riuscivo solo a pensare alla cancellazione. Quando pensi di aver attraversato la superficie delle cose e delle persone, e di essere andato a fondo. E invece sei stato solo dove sono stati tutti gli altri. Non hai ottenuto niente, non hai passato nessuna frontiera. Così passi, come tutte le cose poco importanti, che non hanno lasciato segni. Non te l’aspettavi, che poteva essere così. Invece è anche peggio. 

Le pensi e le ripensi tutte, dopo trentasei ore a letto. Per questo non vorrei mai operarmi. Specialmente in autunno.  

 

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