E’ una giornata che dura da trentadue ore.

E’ una giornata che dura da trentadue ore. Mi arrendo all’impossibilità di descrivere lo spaesamento che si prova ad attraversare un continente in un giorno per entrare in un altro. Lo potrebbero dire le mie valigie, poggiate sul pavimento, e la mia resa incondizionata a questo caos che per la prima volta non tento di risolvere, di arginare o di correggere. Giace lì, come una traccia tangibile del mio cambiamento radicale, della mia stessa condizione di decentramento. Una migrazione fisica e interiore.

Su Bloor la gente prolifera come ogni venerdì di maggio. Il tempo è buono, quasi migliore dell’accenno d’estate italiana. Una parte di me si predispone nuovamente a essere la persona migliore che era, l’altra osserva cinicamente i fantasmi del passato passeggiare per queste stesse strade, sedere a un patio, bere birra, ordinare caffé, comprare la frutta al solito market, in un’insolita sovrapposizione di dimensioni temporali, quella passata e quella presente, che sono terribilmente sfasate.

E’ strano, ma mi sento più migrante oggi che ho un visto di lavoro in questo paese straniero, di quanto non lo fossi le volte passate. Forse perché in questi mesi che sono stata lontana, si è radicata in me la consapevolezza che non si appartiene a niente, che la certezza è l’utopia dei deboli di cuore.

Non posso dire nulla su questo ritorno, ma solo che ho mantenuto una promessa fatta alla me di un tempo.

 

 

 

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