Spingo l’anima al sole. Il vento asciuga le macchie del cuore e porta profumo di mandaranci. Posso solo ringraziare Dio per la benedizione di questi giorni. Non c’è inizio né fine in cui non me ne ricordi con riconoscenza.

Io e Oliver ci godiamo il brusio pomeridiano: i bambini che giocano a pallone in un cortile non troppo lontano; la lingua di Layla che struscia contro il pelo emettendo un fruscio ruvido; il ronzio delle api che cercano il nettare migliore; una lucertola che rincorre un insetto in un cespuglio. Le nostre pance respirano primavera, e bastiamo a noi stessi.

Rinasco in una vita dai ritmi più lenti.

Solo questo conta. L’anima che si fa leggera, sollevata nell’aria; mani che intrecciano altre mani per poi essere libere; partenze che si avvicinano e diventano avventure straordinarie.

Oliver mi annusa la testa e poi torna a stendersi sulla mia pancia, le orecchie tese sui battiti del cuore che riverberano dal torace in giù. Per una volta possiamo dire di non essere stanchi, o arrabbiati per non esserci risolti, per non aver preteso di più da noi stessi. Siamo solo arrivati, con tutto quello che abbiamo portato sulle spalle. Siamo arrivati, e abbiamo messo le valigie a terra. Abbiamo detto tutto quello che volevamo dire e ci siamo guadagnati un pomeriggio di vita e di libertà.

Sarà quello che deve essere. Io e Oliver abbiamo deciso così.

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