Scrivo una storia, è quello che so fare meglio.

Passi mesi a costruirti un bel muro attorno, alto qualche decina di metri. Il freddo ispessisce una lastra di ghiaccio sul cuore. Senti una vena pulsare sotto la carne, ma molto più in profondità di quanto non ricordassi. Come un suono sordo, un tonfo. Passi mesi a lavorare sulla tua pelle, a farne una corazza abbastanza spessa da non lasciar trapelare nulla. Neppure il sudore della fatica che fai mentre schieri il tuo esercito, e rafforzi i confini perché non avvenga più un’invasione. Chiudi tutto. Porte, finestre. I buchi da dove sono passati i ratti. Sei sola al centro del nulla. Con il vuoto che ti sovrasta, ti avvolge e ti rassicura col suo silenzio inoffensivo.

Poi vedi la crepa. Si allarga. La frattura diventa uno squarcio, e dentro passa l’aria. Esce la puzza di muffa, di chiuso, di sepolto. L’odore nauseabondo della tua stessa morte interiore. Ti sciogli in una pozza di lacrime che per la prima volta non ti mortificano, non ti deludono, non ti rendono più vulnerabile, ma solo viva.

Tornerò, ma non mi aspetto niente. Sarà tutto terribilmente diverso, spaventosamente diverso. Non ti importa, ma ho paura di vedere cosa siamo adesso.

E’ tutta la vita che passo in mezzo a una tempesta. Passerò anche questa.

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