E’ una notte di cristallo. Il vento è troppo dolce per scalfirla, per inciderne la superficie con una crepa. Il silenzio è perfetto. L’eco delle nostre voci rimbalza contro i ghiacciai, i cumuli di neve, gli iceberg incastonati tra la baia e un cielo sconfinato, puntellato di tutte le costellazioni dell’emisfero.

A ovest, quando il sole tramonta, i giganti si inchinano per l’ultima benedizione, l’ultima colata di luce prima che arrivi la notte. La vita è un respiro scavato negli anfratti dove il ghiaccio ha ceduto all’istinto di sopravvivenza. Non lo so cosa ci sarà dopo questa battaglia, non so quanto fiato dovrò tenere in corpo prima di sentire altra aria riempirmi i polmoni. Forse non mi fiderò più di chi risalirà il fiume in kayak e vorrà mostrarmi la via per l’oceano. Ma amo la vita anche quando la odio. La amo anche quando detesto questa prigione che mi incatena, che mi mortifica e mi costringe a una rivalsa.

Amo queste notti in cui sono solo e mi guardo indietro e ripenso a quanta strada c’è stata, a tutte le rotte avventurose di un passato che non si può barattare con nessuna pace dell’anima, nessun piacere sterile del corpo. E sono sereno con il dolore che il cuore si è scalfito addosso, che il cuore si è marchiato dentro anche quando si è proteso in un gesto umile di riconciliazione e di ritrovamento ed è tornato indietro a mani vuote. Sono sereno perché ho dato e ho vissuto. Sono sereno perché ho amato e ho abbandonato me stesso. Sono sereno perché nel dolore mi sono ritrovato.

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