Appartengo a una generazione di aggiustatori. Gente che costruisce, disfa e riassembla. E’ un lavoro creativo che non paga. Con cacciavite e chiodi monto case, rifugi, castelli. Ho gli occhi pieni di immagini. Sono visioni che qualche volta passano, e altre volte si fermano e restano. Raccontano.

La pellicola gira in un vecchio proiettore che macina fotogrammi, scene di un film muto in bianco e nero che nessuno vuole vedere più. In fondo alla sala, le luci sono spente e io sto a ridosso della soglia, tra il bagno e l’uscita d’emergenza. Sono pronta a ogni evenienza. Mi guardo da fuori con lo sguardo lucido di un analista e la persistenza caparbia di un risolutore. Ogni scena un appunto.

Fuori la città luccica. Hanno acceso le luminarie. Ma il vento è ancora caldo per dire che si è fatto inverno. Dicembre è solo una parola. Si beve ancora fuori alle terrazze, aspettando che piova. Si fuma per strada, seduti sui marciapiedi sporchi. Si ride fragorosamente per scongiurare la noia. Si parla a voce alta per spaventare i pensieri. Perché non si butta via niente, neanche una serata storta. Anche un cuore strabico si aggiusta.

 

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