Da piccola ero sempre quella che si sbucciava le ginocchia per andare in bici, ero quella che si pungeva con l’ortica per recuperare il pallone dove l’erba era più alta. Io ero quella che saliva sullo scivolo più alto arrampicandosi dalla parte più impervia della scala, ero quella che prendeva i vermi con le mani e accarezzava i cuccioli di strada. Io ero quella che inventata i giochi di fantasia: “facciamo che io ero il cowboy e la bici era il mio cavallo”, oppure “questa è la nostra casa, e noi eravamo una famiglia su un’isola deserta”. Nelle giornate che c’era pioggia, preparavo le caldarroste con mia nonna: un taglio sulla scorza, e poi gettavamo le castagne nella pentola che bruciava sul camino, mentre lei raccontava storie. Io avevo uno di quei coltelli che non tagliano neanche il burro. Mi ricordo che ne volevo uno con la lama seghettata come quello che usava mia nonna. Volevo uno dei coltelli dei grandi. E lei mi diceva che invece il coltello che avevo io era migliore perché più piccolo e quindi più maneggevole.

Io non credo negli eroi, in quelli che riescono in gesta epiche sguainando la spada e andando incontro alla morte. Io credo nella gente che cammina sul filo teso della memoria e tenta coraggiosamente le sue piccole o grandi acrobazie. Io credo a chi fallisce con dignità, a chi mette da parte l’orgoglio, a chi lotta per partire ancora da zero. A chi controbilancia il peso dell’anima con la leggerezza della spontaneità. Ogni tanto mi illudo di essere una di quelle persone che rimette insieme i pezzi rotti e cerca di creare mosaici, che non si lascia inaridire, ma che resiste all’effetto distruttivo della vita riscattando le cose che sono sue. Una canzone che avevo smesso di ascoltare da tempo perché troppo malinconica, un libro che parla di lontananza, una città immensa, le luci di natale, la scatola dei miei pensieri più intimi. Pezzi abbandonati alla rinfusa qua e là in un passato che si allontana, ma che raccontano la mia storia. Le parole segrete scritte a mano su biglietti dell’autobus mentre torno a casa, sui tovaglioli di carta dei bar quando bevo il caffè al banco, sui miei quaderni, di notte, vicino alla finestra. Le mie ginocchia sbucciate e rimarginate, e sbucciate di nuovo, la pelle arrossata là dove l’ortica ha punto e che prude. Le favole antiche che io ho inventato per me, la vertigine che ho provato saltando nel vuoto, i tagli che mi sono fatta sul cuore.

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