Io te

“L’immobilità del passato si fa danza. Si apre per consentire al corpo di esistere. L’altro è fuori dal suo sé, sul limitare di una stanza piena di specchi. Ho bisogno dell’altro, quel Tu, quella presenza il cui profumo mi insegue dovunque io vada”

Smaro Kamboureli

Ti scrivo dal passato, da quest’altro che si realizza quando mi sento distante, perso e ritrovato. Una scia di fumo. La luce evanescente di una stanza affollata, dove so che ci sei e ti cerco. Imperterrito, io scruto i volti delle persone ma so che la tua aura è diversa dalla loro. Io so che posso intuirti.

Qualche volta la traduzione è spietata. Racimolo tutte le parole del mio cuore. Sono enormi e passano. Ma c’è un linguaggio sotto la coltre di nebbia, c’è una storia che sta scritta addosso ai nostri corpi. Tu ed io la trasciniamo in giro per il mondo, siamo la traduzione di quel linguaggio, la trasposizione di quell’evento. Io e te siamo il segno stesso dell’accaduto.

Ti parlo in quella lingua che solo noi conosciamo. Come abbiamo fatto a costruirci questa cultura della vita, la nostra percezione della realtà? Una bolla sospesa. Mentre ti stringo, altrove è già giorno, lo so. Hai scavato piccoli argini con queste lacrime che mi attraversano la pelle e sgocciolano fin sotto ai tessuti. S’impregna il colletto della camicia. Mi impregno io di questa assenza.

Pazienza.

Coi fazzoletti trascini fuori dalla borsa la scatola che ti ho regalato. Ti dico che c’è qualcuno che scherza con questi fili di vita, qualcuno che ci muove come pedine sfinite su questa scacchiera. Le mosse sono astute. Io l’alfiere, tu la regina. Posso darti scacco matto?

Su quali caselle ci muoveremo domani?

Se non avessi questo corpo tozzo di alfiere ti stringerei e saresti protetta per sempre. Ma sono solo questo pezzo di legno che vedi, nient’altro. Se vuoi scegliermi, fallo perché sono diverso. Perché non sarò mai re, perché sono buffo e qualche volta sono anche la caricatura di me stesso. Sceglimi perché non sono un altro.

Mi guardi. Il tuo sguardo è un assenso sommesso. Traduco la geografia del tuo corpo. E’ una cartografia spezzata. Mancano le mie coordinate, le città invisibili, l’acqua che colora di azzurro. Pensiamo a come rimapparla questa pelle, e a quanti itinerari tracciare sulla superficie.

Ci sono silenzi che dicono più di certe ostentazioni. Ci sono assenze più pregnanti di significato, celate nell’ombra, dentro gli armadi, sotto ai letti. Nelle scatole di latta. Ci sono storie che stanno dentro a cofanetti chiusi a chiave, e lì aspettano di suonare come carillon. E’ una melodia antica e nuova. Sa di passato e prezioso. Ma è anche una musica che si ibrida coi suoni di questo presente, i rumori delle città catalane, gli artisti di strada nelle metropoli. Sono canzoni che viaggiano.

Ti ho lasciato questo cofanetto sul comodino, mentre dormivi. Qualcosa mi dice che lo aprirai.

 

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One comment

  1. Giu · giugno 14, 2011

    😥

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