Pensieri di Pizzomunno

Pizzomunno e Cristalda

La pesca comincia a notte fonda, quando le luci sono spente e in mezzo al mare si riflette solo la luna. A largo le lampare luccicano fino alla costa e suggeriscono a chi resta ad aspettare che siamo soli in questa distesa di metallo sciolto e che quando l’acqua ci inghiotte, perché all’improvviso soffia la tempesta, noi torniamo a casa solo se ci risputa fuori. I vecchi pescatori dicono che il mare è incantato, e qualche volta è pure stregato. Di notte le creature acquatiche salgono fino alla superficie e intonano canti terrificanti. Qualche sera mi sono spogliato e sono sceso fino ai fondali. Volevo vedere con i miei occhi cosa succedeva a quelle creature quando ammiccando tornavano indietro e mi voltavano le pinne. Sono sirene straordinarie, la musica come un’eco che rimbalza da una montagna all’altra e viaggia per chilometri, o per leghe, finché non s’infrange contro qualche malcapitato e lo irradia di quel sapore atroce e irresistibile. Non posso vivere sott’acqua e non voglio. Perché amo solo te, Cristalda. Quando ti lascio, di notte, l’ultimo bacio è un talismano di speranza. Mi guardi negli occhi, ci rincorriamo in mezzo a cespugli, a boschi fitti fitti di pensieri. Ti amo così dolcemente. Questo buio ci avvolge in uno strato di protezione contro gli occhi indiscreti, ed è uno schermo che esorcizza i pericoli del mare. Mi accarezzi il viso. Le tue mani bianche sono stelle marine sulla mia pelle scura, inspessita dal sole, e il sale sulle labbra ci ricorda che insieme apparteniamo a questa terra scorticata, a queste conche bianche che si aprono nel blu e lo spaccano. Scivoliamo in un silenzio carico di comprensione. Sai che tornerò da te, e sfiderei pure la morte. Non voglio perderti, Cristalda, non posso gettarmi in questo mare di tormenti senza sapere che mi aspetterai alle prime luci dell’aurora. Sono tuo più di quanto io non sia di me stesso. Stanotte mi stringi più forte. I pescatori stanno già caricando le reti e io devo partire, ma non so sganciarmi dal tuo corpo, non sono in grado di recidere il nostro filo di alghe e sabbia, questa cordicella che ci tiene insieme e sfida il tempo, la morte e il mare. Dopotutto sono solo un pescatore, cosa potrei mai offrirti io se non la disperazione e il tormento di un amore che resiste al dolore più atroce, alla perdita, alla sconfitta, persino alla delusione? Cosa c’è di speciale in un amore che continua a reagire? Dimmelo tu, Cristalda, perché io non so rispondere. Non te lo so dire se quest’amore è disegnato in mezzo alle stelle, ma sono certo che una verità spira in questo vento di iodio, e che noi siamo due nomi destinati ad essere incisi l’uno accanto all’altro. Dimmi di non partire. Chiedimi di restare. Almeno per oggi, solo per ora. C’è un presagio di morte in questo cielo che si accalca sull’acqua. Le sirene vogliono farmi re. Ho risposto che ho già la mia regina e un regno di piccoli tesori e riti magici. Non mi interessa altra ricchezza, se non la serenità che provo quando ti sono accanto. Ora non parli, ma hai gli occhi pieni di lacrime. Siedi sulla roccia più vicina all’acqua, mentre mi allontano verso la mia barca, non senza averti detto “buonanotte, amore mio”. Non appena prendo il largo, quel puntino bianco che sei sulla riva sparisce in mezzo al nulla. I pesci si agitano nelle reti, e le sirene mi circondano. Alcune allungano le mani fino a toccarmi, e cantano soavi come se potessero stregarmi. Ma io ho gli occhi puntati sulla costa e, anche se non ti vedo, Cristalda, so che in un punto ben preciso, sulla spiaggia del Castello, ci sei tu che ti sforzi di guardare oltre la coltre spessa di questo buio. I nostri occhi si incontrano attraverso la notte, pur senza vedersi. Io so che ci sei. E’ la magia dell’amore che rende vano ogni sortilegio e scavalca i sensi. Le sirene sono invidiose. Ti guardavano mentre eravamo stretti sulla sabbia e mormoravano vendetta. E’ quasi aurora, il cielo albeggia. Quando sono più vicino alla luce del mattino, ogni stregoneria mi sembra sciocca, e non mi fa paura. Mentre mi avvicino torno a scorgerti in attesa, dopo ore di freddo e aria di mare. Sei stanca, ma ti alzi e corri verso l’acqua. Vorrei dirti di non avvicinarti troppo, vorrei dirti di lasciare stare. Ma non puoi sentirmi. Non appena i tuoi piedi si bagnano, e il mare ti soffia sotto i vestiti, le sirene ti raggiungono ed è troppo tardi per scappare. Remo come un pazzo, remo e sputo urla tormentose. Mi getto anch’io nell’acqua e ti inseguo. Ma la corrente è forte e mi sospinge indietro: quando sono più vicino al punto in cui ti ho vista, mi ritrovo solo in questa disperazione. Maledico la vita, maledico questo mare e chi ci vive. Maledico tutto il tempo che ho passato a largo, prima di arrivare. Bevo acqua e sale, perdo i sensi, svengo a riva. Non so trovarti. Questo dolore è la disperazione più indecente che potessi provare. Sento che il cuore smette di pompare, e la carne si trasforma in pietra bianca. Nelle vene non c’è sangue, ma calcare e roccia. Sarò un monolite devoto all’attesa, amore mio, resterò in piedi nel punto stesso da cui sei sparita e aspetterò ogni notte, e ogni giorno, e cuocerò alla luce del sole e rabbrividirò col vento più sferzante e l’acqua più violenta, finché non tornerai. Finché dal mare non risorgerai, Cristalda, io sarò qui. Sarò il tuo Pizzomunno sulla spiaggia del Castello.

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