La mia vita da kamikaze

“Ciondolo per casa con la mia tazza di té bollente, stamattina. La camicia è inamidata, il colletto bianco alzato, i capelli per fatti loro, sempre e comunque. Non mi piace disciplinarmi, questo è il problema. Ho provato a darmi delle regole, ho provato a impormi dei paletti, ma la rivoluzione è sempre in agguato: col fiato sul collo, mi istiga ad avallare l’istinto. Mi vengono in mente due cose, mentre il vapore si alza, ed io tiro fiduciosamente un sorso come se potessi ubriacarmi, come se potessi dormire: penso che sono stanco di rischiare, e penso che, tutto sommato, non posso farne a meno. Mi dispiace. Accetti queste scuse in un silenzio che non ha niente a che fare con il groppo di parole e nervi che mi si è accalcato nello stomaco: mi sta sfuggendo tutto di mano, perché è sempre la disciplina il problema. Perché quando voglio stare zitto, devo parlare.

Giorni fa, al tavolino di un caffè, una donna mi ha fatto notare che vivo la scrittura in modo maniacale: è carnale questo legame, torno a casa esausto, ma c’è sempre qualcosa da dire, o un silenzio da raccontare. Mi dispiace. Non avrei voluto parlare di te. Dovevi restare in un angolo remoto della mia memoria, sfuggirmi come un dettaglio: ma quante volte ho sbagliato, dimenticando che di un’immagine io sono capace di ricordare solo le sfumature, ed è per questo che vieni fuori dai margini, e non resti dove ti avevo relegata, perché in fondo, se non sei tu a reagire, è la proiezione di te nei miei pensieri che prende vita e sfonda un confine. Mi invade.

La frontiera non è un gioco, forse è solo un’illusione, l’ingenuità di credersi inaccessibili quando siamo tutti terribilmente permeabili agli incontri, alle parole degli altri, alle loro storie, ai loro sguardi. Ricordo uno sconfinamento di occhi, tra me e te, turbato dal desiderio di delineare il possesso, una pretesa assurda e immotivata, ma che mi rese così sensibile a te che quando mi avvicinai per provare a parlarti, sforzandomi di darmi coerenza e contegno, senza peraltro riuscirci, ero già completamente avvinto dal tuo accento, dalla sfilza di parole disordinate che proferivi, dal profumo che dai tuoi capelli mi arrivava dentro la pancia, e poi su, fino alla testa. E forse era già una follia, ed era anche una storia stramba. Passai giorni di inferno, col tocco delle tue mani tra i capelli che ancora mi bruciava, ancora mi infiammava di te. E scrissi il racconto di quella notte, come l’avevo pensata, come l’avevo sentita. Un segreto che, poi, ho cancellato dentro di me, ma che ho conservato nella memoria del mio pc.

Il sapore del té mi confonde, tu mi confondi. Pensavo sarebbe stato semplice, non volevo complicazioni, non volevo infangarmi. All’inizio guardavo le tue mani armeggiare con qualcosa di banale, e poi ho desiderato che armeggiassero con me. E’ stato un passaggio repentino, inconsapevole, una trasmutazione di sensi, o il desiderio di una trasmutazione di sensi, dalla vista al tatto, dal tatto al gusto. Gustarti, sapere di te. Toccarti, ed essere ustionato dalle tue mani e dal tuo corpo. Dal profumo esotico delle tue parole. Non l’ho fatto apposta. Vuoi biasimarmi per questo? Non ho combattuto, ecco tutto, ecco il mio errore. Non ho lottato per respingere quest’attacco, la controffensiva di te che mi venivi incontro e che, senza saperlo, senza neanche averne idea, mi costringevi a una disfatta: io, inginocchiato davanti a questo desiderio, impietrito dalla mia incapacità di disciplina. Ecco, è sempre la disciplina il problema. Ti ho desiderata come fosse la condizione più naturale in cui potessimo trovarci: io e te, due realtà instabili. Mi sono guardato allo specchio.

Non me lo sono neanche chiesto, se dovevo rischiare o meno. Semplicemente mi sono buttato, perché è così che funziona quando non hai disciplina, è così che l’istinto ti fotte, perché ti fa credere di essere più importante, di valere più della ragione. La sa lunga la storia, lui. E’ così terribile arrischiarsi? Penso ad una cosa che mi disse il mio amico Arthur, che il presente è un ponte su cui tutti gemono ma che non c’è mai un idiota, mai neanche uno, che decida di farlo saltare. E poi ci sono io, che spesso salto in aria con la dinamite. Ma tu non puoi saperlo, perché non hai mai visto i pezzi di me sparsi sull’asfalto; tu ancora non mi conoscevi quando ero un kamikaze incallito.

Ancora due sorsi. Ora il té è freddo. Non mi sento soddisfatto. Mi ero riproposto di non cascarci più, avevo promesso, avevo giurato a me stesso che non l’avrei mai più fatta franca, che stavolta non avrei ceduto. Invece è andata esattamente così. E mi sono fatto saltare in aria lo stesso: quando la miccia ha preso fuoco, io ero troppo esaltato dall’ebbrezza del rischio per ricordarmi di com’era andata a finire le altre volte e del fatto che una frazione prima del botto spariscono tutti mentre io rimango. Io resto come un matto. Perché non sono capace di scappare, perché non so inamidarmi la testa, né bere il té prima che si freddi.  Perché non ho paura. Perché detesto chiedermi cosa poteva succedere se fossi rimasto. Perché sei tu. Perché sono io. E se riavvolgessi questo nastro che mi stringe, sarei ancora quel kamikaze impazzito, sarei ancora quell’idiota che si fa saltare in aria ubriaco.”

P. R.

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