“…ma il tempo, il tempo, chi me lo rende, chi mi dà indietro quelle stagioni di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni…”

La serata agli chalet di Castellammare è trascorsa tra lupini al pepe, frittura mista di mare e bicchieri abbondanti di birra fresca…e il cocktail party di stasera per festeggiare un doppio onomastico ha concluso un buon weekend, il primo di vero relax dopo la laurea. I giorni post-seduta sono stati all’insegna del silenzio stampa; ho cercato per lo più di darmi da fare, mettere insieme il curriculum, dare un’occhiata agli annunci di lavoro, ma più mi guardo intorno e più mi convinco del fatto che la strada che desidero percorrere è un’altra, ma non voglio parlarne stasera, dopo esperimenti alcoolici di qualunque genere e alcune tartine sullo stomaco. Non si può parlare di futuro con poche ore di sonno alle spalle. Sto aspettando con impazienza l’inizio di qualcosa, la fine di qualcos’altro, e ancora mi confondo tra il principio e la conclusione, cos’è veramente cominciato e cos’ha smesso di essere. Ancora la tentazione di un discorso complesso; capisco che posso cominciare a scrivere di queste sensazioni solo quando lo spazio che riesco a ritagliarmi, la stanza tutta per me, è un sacrificio ottenuto a costo di rinunce, di ore sottratte al sonno, di ticchettii felpati imposti ai tasti del pc. La scrittura non è allettante se non comporta un senso di sofferenza e desiderio, e superamento della sofferenza e sublimazione del desiderio. Avrei potuto scrivere in tutti questi giorni di silenzio, ma avevo bisogno di concettualizzare il dramma dell’incertezza e di riconquistarmi lo spazio del confronto scritto. Non so se sono alla fine del mio percorso di riappropriazione ed elaborazione, se ora posso davvero cominciare a scrivere qualcosa che non cancellerò, o che non seppellirò in qualche antro umidiccio e ammuffito della memoria di questo mac; solo il tempo potrà dirlo. Nel frattempo i voli pindarici affollano i pochi sogni notturni: immagino viaggi, treni che partono, navi che salpano, aerei che si sollevano da terra, e provo quello stesso senso di vuoto allo stomaco, vuoto profondo e ripetuto, di quando si lascia il suolo e si va incontro all’aria. Penso ad un giro delle capitali europee, ai posti che non ho visitato per mancanza di tempo, per gli impegni accademici, gli esami da preparare, la scusa di finire tutto subito, tutto per tempo. E anche i miei amici sono sognatori: pensiamo, immaginiamo, ma non agiamo. Cosa ci blocca? Le mete nominate en passant sono tante, eppure siamo sempre fermi qui, al tavolo di un bar. Non torneranno questi nostri vent’anni passati a immaginare di fare…e me lo ripeto quasi ogni giorno.

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