Il disagio dell’afasia

Quest’afasia obbligata è insopportabile, la trovo ingiusta e mi fa rabbia. La capacità di gestire le emozioni negative diventa sempre meno affidabile, sempre meno soddisfacente. Mi arrabbio, mi arrabbio costantemente. Vorrei evitarlo, vorrei convincermi che non ce n’è motivo eppure ad ogni occasione sbatto la faccia contro questo momento che avrebbe dovuto essere diverso da com’è, e invece è addirittura peggiore di quanto potessi immaginare. L’entusiasmo per questo lavoro era incontenibile; non vedevo l’ora di cominciare, non vedevo l’ora di mettere insieme le mie idee e di arrivare al confronto. Quello che ho capito, invece, è che le mie idee non valgono niente, il mio stile è troppo soggettivo, non sono capace di mettere ordine alle cose che ho in testa, sono troppo lenta, avrei dovuto fare qualcosa di meno noioso di quello che sto facendo, perché evidentemente quello che ho fatto è talmente palloso che non merita gratificazioni di nessun tipo. Una volta mi sembrava di godere di una stima del tutto diversa, una volta mi sentivo addirittura sicura di me, almeno quel tanto che basta a non soccombere davanti agli ostacoli, a non lasciarmi indebolire dagli affronti. Ho capito che le umiliazioni possono arrivare da qualunque parte, anche da dove non ci aspetteremmo mai; dopotutto di quello che penso non gliene frega niente a nessuno. Bene. Benissimo. Sono arrabbiata, e lo sono soprattutto con me stessa. Perché avrei dovuto capire quello che tutti avevano capito ma che a me sembrava così improbabile; non potevo, d’altronde, rendermene conto perché non ce n’era mai stata occasione. La sensibilità va di moda ultimamente, è solo una posa da assumere. Non è una novità, comunque, che non sono in grado di giudicare le persone e che prendo degli abbagli veramente inquietanti. Mi sarà di lezione, questo è sicuro. Solo una cosa, sinceramente, conta in questo momento e cioè che io non ho fatto niente di male, mi sono sempre comportata nel modo più corretto possibile, e non sto decantando le mie lodi, non è proprio il caso. Sto solo dicendo che non vedo proprio la ragione per cui devo meritarmi un trattamento del genere e sono certa che gli altri, che hanno affrontato questo stesso percorso, non sono andati incontro a questi stessi atteggiamenti con le persone che li hanno seguiti e che li hanno indubbiamente incoraggiati. Forse non ho meritato questo incoraggiamento, ma solo un’insofferenza. Allora avrei dovuto capirlo prima che non merito di rubare del tempo prezioso a chi ne ha, evidentemente, poco. Non sono mai stata trattata così da nessuno, e non mi sono sentita mai così a disagio in situazioni in cui non ho potuto parlare perché il mio ruolo non me lo permetteva, per evitare che mi potesse essere detto che mi avvalevo di una confidenza che non poteva esserci. E la cosa più orrenda è che, come una vigliacca, mi ritrovo a scrivere queste cose sul mio blog, perché non sono nella condizione di poter dire quello che penso, di poter far presente il MIO disagio, la MIA insofferenza, la MIA voglia di finire quest’incubo il prima possibile. Sta finendo nell’unico modo in cui non doveva finire, con la sensazione, appunto, di un incubo che mi perseguita. Non avrei mai voluto che fosse così. Pensavo alla fine in un modo del tutto diverso. Se me lo sono meritato, ho proprio la curiosità di sapere per quale santa ragione possa essere accaduta una cosa simile. Pura curiosità, a questo punto, davvero. Nessuna voglia di far cambiare idea, ammesso che ci sia un’idea da cambiare, perché seppure ci fosse, e seppure fosse cambiata, sento che di questa cosa non ho la minima responsabilità. E se ho sbagliato, sono pronta a fare un mea culpa, ma devono essere proprio gravi, GRAVISSIMI, questi errori perché mi venga riservato un trattamento per cui mi sento quasi disprezzata e sopportata mal volentieri. E se tra qualche ora tornerò in me e cancellerò questo post, avrò solo dimostrato a me stessa che non sono capace di affrontare le situazioni e di far valere la verità, anche quando va contro ogni mio interesse.

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