Kissing you

‘Penso ad un bacio rarefatto, l’insicurezza nella risposta, la scelta sbagliata che poi è sempre quella giusta. L’istinto. Dove abita, quanto ci motiva. Fin dove ci spinge. All’analisi degli impulsi posso arrivarci in un momento. Ma è sempre il momento più vicino alla disfatta, quando cedo al piacere di una rivolta, al desiderio di un assenso. Vado in avanscoperta, il tuo è un corpo che ho conosciuto e non conosciuto per anni, pelle su pelle, occhi negli occhi, ma che ho dimenticato fino ad essere certo di non averlo mai veramente violato. La tua presenza è rimasta intatta ed io non ne ho mai varcato realmente la soglia. Sei il rischio proibito di una resa incondizionata al desiderio. Ho paura di guardarti, rischierei di portarmi a letto i tormenti che ti coinvolgono e la sensazione di inadeguatezza che mi avvince quando ti sono accanto. Abbiamo rovesciato ruoli e posizioni, tu hai smesso di essere chi sei, ed io non sono più chi ero. Sono un altro, sempre diverso, sempre nuovo per te. La pelle cambia, l’ho perduta quella vecchia e adesso sono ricoperto di una membrana lucida e sottile, che lascia trasparire gli organi e il rossore della carne viva. Mi hai incantato e ho perso l’armatura e l’anima, ma non mi hai mai chiesto di togliermela, né io ti ho mai detto che ti avrei amata senza condizioni; eppure alla fine ho ceduto a tutto, anche quando volevo essere più intransigente e ti ho seguita fin dove hai voluto condurmi mentre, irrimediabilmente incatenato a te, mi negavi la sazietà. Sono rimasto senza mangiare, a corto di risorse. Mi sono prostrato all’attesa pur essendo impossibile discernere la realtà dalla finzione, la consistenza del tuo amore taciuto dall’evanescenza di te, legata al mio corpo. Ho desiderato così tanto sfamarmi di te che per giorni non ho pensato ad altro se non alle tue parole sussurrate e ai sotterfugi delle nostre mani che hanno avuto paura di ritrovarsi, pur cercandosi, pur ripercorrendo mentalmente il piacere di un contatto labirintico in cui sei tu che ti arrendi a me fedelmente, senza condizioni, e dalla scrittura trabocca il senso di un volere represso, nascosto, inaccettato. Una notte, che mi sono svegliato in un bagno di sudore, ti ho avuta così profondamente che ho finito per smarrire la consapevolezza di ciò che siamo, mentre intorno le parole stavano scritte sui muri e ci ricoprivano perché finalmente erano venute fuori, finalmente si erano pronunciate. Quelle parole mi avevano fatto impazzire perché erano incontenibili e più le trattenevo, mentre provavano a farsi strada fino a raggiungerti, più mi straziavano di dolore premendo contro il senso di sopportazione. Ho tirato un sospiro di sollievo, prima di tastare il buio, ma poi ho capito che non mi ero liberato perché non ti avevo detto niente, tu non eri neanche lì ed io ero stato solo un vigliacco. Lo sono anche adesso mentre ancora aspetto che la tua risolutezza si sfaldi emancipando i mille granuli d’inquietudine che la compongono, l’incertezza per il domani, il senso del dovere soffocante che ti penetra la carne e la dissesta, senza esercitare davvero su di te la pressione che invece mi tormenta e mi toglie il sonno e la decenza. E quando la tua sagoma mi raggiunge e con lo sguardo delimito il possesso che potrei avere sul tuo corpo, centimetro su centimetro, pelle su pelle, occhi negli occhi, tu sai che sto aspettando che mi indichi il varco migliore, quello che ti farà meno male. Da quel varco passerò prendendomi tutto lo spazio che saprai darmi e riempirò il vuoto delle tue insoddisfazioni dimostrandoti che ‘il cuore ha delle – maledette o benedette – ragioni che la ragione non conosce’.

                                                                 P. Roth

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