Il gioco delle parti

‘Penso alla distanza come ad un gioco che non voglio prendere sul serio: lasciarti andare, ritrovarti, perderti di nuovo e poi capire che ogni cosa di ciò che mi succede non è mai quello che sembra. I momenti in cui ti sto lontano sono scanditi da due sensazioni contrapposte. Entrambe da prendere con le dovute precauzioni. Prima di accorgermi che non devo mai accostarmi alle nostre altalenanze troppo seriamente, mi sento smarrito in quei silenzi che mi portano via spazi altrimenti condivisibili con te. Sono arrabbiato, penso alla voglia che ho di raccontarti le cose che mi succedono, anche le più stupide, di consultarmi con te su quelle più serie, di sapere come ti senti e se sei felice. M’imbatto in persone che potresti conoscere e posti che ti piacerebbero. Mi chiedo cosa ordineresti al bar, da che lato del tavolo ti siederesti e se, parlandomi, potresti starmi così pericolosamente vicino che a stento avrei il coraggio di guardarti. A questo punto sorrido sempre un po’, e riscopro la salutare necessità di prendermi alla leggera, qualche volta, e di capire che una saggia legge di vita vuole che quanto più assolutizziamo le cose, tanto più le rendiamo insostenibili. Allora so che dopo qualche giorno, o qualche settimana (nel peggiore dei casi), potrò rivederti e ogni sensazione, anche la più avvilente, finisce per impallidire di fronte alla prospettiva di potermi chiarire con te e di spiegarti, nel modo più onesto e sincero che conosco, che mi è mancata la tua compagnia. Dopotutto cosa c’è di più semplice e trasparente di questo ‘pensarti’? Non credo ci sia alcun bisogno di spiegarti il senso di tutto questo, in parte perché commetterei certamente qualche errore nel tentativo di rendertelo chiaro e in altra parte perché mi sentirei molto sciocco e tradirei quella coltre di sicurezza mista a impenetrabilità con cui, qualche volta, so così bene mascherarmi la faccia. E non so se tu, poi, ci credi o meno alla mia presunta fermezza e rigidità, e neanche voglio raccontarti di quanto la severità di quei momenti in cui mi sforzo di starti lontano mi rende profondamente sconcertato, a dispetto di qualunque volontà – o presunta tale – di prendermi alla leggera, come cerco di far credere a te, e soprattutto a me stesso. E’ vero che quando le strade si divincolano in un susseguirsi di bivi tortuosi, la cosa peggiore da fare è lasciarsi sopraffare dall’angoscia e rischiare di non imboccare alcuna strada, ma è pur vero che di fronte alla possibilità di venirti a cercare oppure di chiudermi in un certo, laconico, mutismo, è oltremodo difficile, credimi, optare per la seconda scelta. E lo faccio sempre a malincuore, pensando che è una decisione presa nel rispetto di quello che vuoi e mai veramente perché voglio frapporre tra me e te una certa lontananza. Semmai è vero il contrario. Ma forse tutto questo non dovrei neanche scriverlo. Allora facciamo conto che tu non sia dall’altra parte di questa pagina e la dimensione delle parole non ti appartenga. Io non saprò mai se hai scavalcato o meno l’ostacolo delle mie prime righe per poi giungere alla fine di queste pagine. E tu non saprai mai che è proprio di te che sto parlando. Prendiamoci un po’ in giro, se vuoi, e facciamo finta che è tutto un gioco. Il gioco delle parti in cui io non sono io e tu non sei la donna a cui sto parlando.’

                                                                 P.R.

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