L’ORIENTALE OCCUPATA, MA DIAMO UN SENSO ALLA PROTESTA.

Oggi, 23 ottobre 2008, le attività didattiche del nostro ateneo, l’Orientale di Napoli, sono state sospese. L’occupazione delle sedi di via Marina (Palazzo Mediterraneo), via Mezzocannone (Palazzo Giusso) e piazza S. Domenico Maggiore (Palazzo Corigliano) ha paralizzato il normale svolgimento delle lezioni. Siamo tutti d’accordo sul fatto che noi studenti universitari abbiamo il diritto di prendere in mano le redini del nostro futuro e di contrastare i tagli e le modifiche che la legge 133 vuole imporre agli atenei italiani costringendoli alla capitolazione. Siamo anche d’accordo sul fatto che la ricerca ha bisogno di essere finanziata con fondi che non possono continuare a finire nel ‘pozzo senza fondo’ delle missioni belliche/umanitarie che il governo non ha intenzione di ritirare (lo sapevate che i soldati inviati in zone a rischio possono percepire -giustamente- salari ‘astronomici’ mettendo a rischio -inutilmente- la propria vita? E che sono quelle le cifre esorbitanti che vengono sottratte alle strutture pubbliche invece che essere impiegate in maniera costruttiva e soprattutto UTILE?). Siamo d’accordo infine sul fatto che la contestazione -pacifica ma energica- sia l’unico strumento che abbiamo per farci ascoltare da un governo che preferisce trincerarsi dietro i manganelli piuttosto che dialogare con le associazioni studentesche. Ma l’occupazione degli spazi didattici non deve diventare un’occasione per perdere tempo e per saltare le lezioni (cosa che va assolutamente a nostro discapito visto che, senza le lezioni, i moduli e i programmi non vengono completati e di conseguenza non ci saranno esami). L’occupazione, a mio parere, deve tramuntarsi in una AUTOGESTIONE degli spazi universitari in cui docenti e studenti (che vogliono le stesse cose!) collaborino a che la cultura e l’informazione circolino tra tutti coloro che, disinformati e disinteressati, si sentono in diritto di restare a casa. Non diamo spazio alle solite ‘teste calde’ che si nascondono tra le file di chi in questa battaglia sociale ci crede davvero e cerchiamo di non dare adito ad episodi di violenza e caos che potrebbero essere usati contro di noi. Rendiamo quest’autogestione/occupazione un momento di confronto con i nostri professori, un momento di crescita e di dibattito su quelle questioni che ancora restano lacunose e che non ci permettono di assumere delle posizioni nette. Evitiamo le perdite di tempo e la paralizzazione di quella cultura che invece stiamo tentando di difendere e non rompiamo quella fondamentale cooperazione con i nostri docenti, che deve continuare, invece, ad essere nutrita. Non lasciamo che la lotta si sedimenti, camminiamo invece verso il confronto. Per questo tutti voi che, come me, vi opponete alle 133 e quindi ai tagli alle universtà, ai tagli alla ricerca e alla privatizzazione degli atenei (e di conseguenza ad un’università di classe dove la cultura e il sapere diventano un privilegio per pochi, anzicché un diritto per tutti) fate sentire la vostra voce e non permettete che questa lotta venga strumentalizzata da chi ha come unico fine quello di dissestare gli equiliri e gettarci nel caos. Prendete parte alle assemblee, chiedete ai vostri professori di incontrarvi nelle aule per confrontarvi con loro  e fate sì che in quelle ore di occupazione si faccia cultura e informazione, anzicché tornare a casa e non concludere niente. L’occupazione va bene, la protesta va bene, chiediamo solo che sia costruttiva e sensata, organizzata e UTILE e non una perdita di tempo per tutti. Restiamo uniti e chiediamo il sostegno e la guida dei nostri professori (non cacciamoli dalle sedi, tanto per cominciare, visto che sostengono la nostra causa!) Da soli siamo solo una forza a metà.
 
A. M.
 
 
 
 
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