“Sei tu la mia selva oscura”

Di notte resto sveglia fino a tardi. Sfoglio un libro, guardo la tv. Adoro quel silenzio. Lo inalo finché non mi sento stanca. Finché le orecchie cominciano a ronzare, come se qualcosa facesse rumore e invece non c’è nulla che si muova. Le sere d’estate qui sono quasi autunnali. Il vento alita sugli alberi e sulle persone. Da piccola inventavo favole. Erano lunghi racconti di principesse e balene. Pirati e marinai coraggiosi sui velieri d’Inghilterra. Disegnavo i confini di ogni mare, e la vegetazione di quelle terre lontane che volevo esistessero. Tutto un mondo di piante carnivore, scimmie volanti e pappagalli dai colori sgargianti che recitano la Divina Commedia.

 

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.”*

 

Definisci “selva oscura”: un gran pantano, umidità. Un fitto sottobosco che supera il ginocchio. Serpentelli, lucertole e topi selvatici che strisciano ai confini della vita. Una pioggia fitta che comincia a cadere non appena fa buio. Ombre che s’inseguono senza distinzione. La fine è l’inizio, l’inizio è la fine. Non ne esci mai. Ti arrampichi s’un albero e la vegetazione è sterminata. Sembra la foresta amazzonica sotto le piogge torrenziali del Brasile. Ti appenderesti ad una di quelle liane che vedi tanto resistenti e soffieresti il posto a Tarzan. Tanto qui non c’è nessuno. Nessuno. Forse si farebbe molto prima a lasciarsi andare, senza pensarci troppo. Un salto nel vuoto e via, quello che succede, succede e basta. Quanto vorrei saperlo fare. Controllare i pensieri, intendo. Sarebbe straordinario riuscire a fare capo solo ed esclusivamente all’istinto. Niente preoccupazioni. Niente autocontrollo. Tutto affidato ai sensi. E se si sbaglia, si sbaglia e niente da dire. Gli errori o si dimenticano o si riparano. Non sono mai stata un granché a riparare gli sbagli. Né tanto meno a metterci una pietra sopra. Una selva oscura è un buco claustrofobico dal quale non riesci ad uscire. E’ una trappola che ti sei costruito con le tue stesse mani. E’ un ingorgo di pensieri che t’intasano il sistema nervoso. Non ne vieni a capo. Mi lascerei incidere la testa e mettere un po’ d’ordine, se solo gl’ingorghi fossero di carne e sangue e non di insostenibile leggerezza.

 

Sei tu la mia selva oscura. Mi ci sono addentrata perché qualcosa mi ha chiamato. Ho cominciato a camminare seguendo la tua voce. E quando ho capito che era solo un’eco venuto da chissà dove, ero arrivata al cuore della foresta. Un centro esatto, dove, ovunque ti giri, vedi solo boscaglia. Mi hai risucchiato in te, come fossi un granello di polvere in balia delle correnti del nord. Mi sono addormentata sulle tue spalle e tu hai preso qualcosa che mi apparteneva. I miei pensieri. La mia mente. Continuo a camminare e non trovo una via d’uscita. Ti chiamo, ti chiamo ad alta voce. Il tuo nome lo urlo e rimbomba fino al fondo della mia anima. Ci metto un tempo infinito a fare i miei conti. Sono entrata in te. E tu non sei in quella foresta. Tu sei quella foresta. Avere questa consapevolezza mi da il conforto della compartecipazione agli eventi. Provo ad essere più attiva. Ti spoglio anch’io. Sii vulnerabile quanto me. Mettiti in discussione, come sto facendo io. Non risucchiarmi più. Fermati. Adesso lasciati prendere. Lasciati portare dove dico io. Ti mostrerò una strada immensa. E mentre cammineremo, tu mi sussurrerai chi sei. La tua pelle è nuda, e mi sfiora. C’è un calore intenso e sconosciuto che viene fuori dalle tue mani. Chissà quanti hai toccato. Per sesso. Per amore. Per lavoro. Ti guido su di me, anche se non ne hai bisogno. Eppure voglio starti vicino, mentre prendi ogni cosa. Hai i capelli sudati. Ti accarezzo le tempie. Adesso guardami negli occhi. Sono come quei velieri delle mie favole, che attraversano gli oceani, e vanno lontano, dove non si può arrivare. Ho alcuni anni in più di te, e mi sento come se non avessi mai fatto nulla nella vita. Come se tu conoscessi cose che io nemmeno immagino. E forse è così. Entri in me, attraversi le porte del mio corpo, e porti un piacere confuso. Mi dici che sei qui per me. Ed io sono anni che aspetto. Corri fino in fondo, già sai cosa troverai. Mi stringi come se volessi dirmi qualcosa. Ti rispondo allo stesso modo. Prendo tra i denti i lobi delle tue orecchie e vi sussurro segreti inconfessabili.

Prendimi. Devastami.

Rilevo ogni diritto sulla tua pelle, e ora mi appartiene interamente. La lego alle mie dita, e ne diventa parte inseparabile. Inscindibile. Hai una bellissima carnagione scura che ti fa sembrare una creatura che appartiene alla terra viva e bagnata. Dopotutto sei una foresta. E ne riecheggi l’essenza in tutti i colori del tuo corpo. Nei riflessi verdi dei tuoi occhi castani. Non sono capace di averti come sai possedermi tu. Non mi è mai successo. Ma ti stringo al mio seno, fra le gambe, il tuo sesso sul mio sesso, e so che già questo vuol dire tenerti fino alle viscere della mia carne.


* Dante Alighieri, “La Divina Commedia”.

 

(Tratto da "Sappi che tutte le strade" di A. Mongibello)

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