Comincia così…

"Giulia,

 

C’è un momento, appena una storia finisce, in cui chi rimane indietro a guardare qualcuno andar via si tormenta, si ferisce, si annulla. Quel momento, per me, pare durare da sempre. Probabilmente fa parte del mio essere e della mia sensibilità. Ma c’è davvero qualcosa che finisce? O è tutto eterno? Ogni cosa ritorna, e c’è un senso circolare che va avanti a suon di rintocchi. Se passa troppo tempo diventa un vortice che ti risucchia. Non c’è niente che finisce, Giulia. Niente. E non te lo dico con la voce rassicurante di un medico, quale sono: sarebbe solo un’idiozia; te lo dico con questa carne, con questo sangue, con questo dolore che mi tormenta e nel quale ritorno e mi distruggo ogni disgraziato giorno di questo dicembre. 

 

Ricordo l’istante preciso in cui ti strinsi al petto. Ti sembrerà strano, ma ho una buona memoria. Mi sforzavo di crederti una sconosciuta, mi sforzavo di annullare quel senso di perdita e di ritrovamento che mi saliva in petto e cresceva fino a risucchiarmi e ad incapsularmi in un lembo di tempo morto o eterno, non saprei. Hai strappato ogni forma di certezza al mio intelletto, non sono più capace di guardare una paziente senza pensare che potresti essere tu, sotto altre spoglie. Ti sembra normale? Ti sembra giusto? Da quando te ne sei andata, quella parvenza di equilibrio che le mie abitudini sembravano concedermi nei momenti più tetri della vita, ha smesso di assolvere al suo compito ed è stata maciullata in questo mattatoio dei sensi che è il tuo ricordo.

 

Ti ho cercata a lungo, il giorno in cui te ne sei andata. Sei stata come una di quelle ragioni che mi dicevi di aver perso. Ho lasciato la porta aperta e sei volata da qualche parte, con qualche strana e anomala corrente che porta stormi interi di uccelli a rifugiarsi nella calura del sud. Non ho bussole abbastanza potenti per recuperarti; ti sei allontanata con la voglia di non farti trovare e questo è bastato a renderti inafferrabile. A volte dimentico che le persone sanno essere come schegge, piccole e taglienti, dalla traiettoria assurda e imprevedibile.

 

Ti mentirei se ti dicessi che non mi aspettavo un segno, uno qualunque, non avrebbe fatto differenza. Ho trovato le chiavi di casa tua, ho vagato per le stanze, ho cercato una lettera simile a questa che sto provando a scriverti, senza una ragione ben precisa. Poi ho lasciato che la schiena mi scivolasse sul pavimento, e solo quando è scesa la notte, guardando il soffitto, al bagliore lunare, ho trovato il tuo messaggio. Ed è il tuo nome. Nel tuo nome ci sono percorsi che neanche immagini, e strade che hanno saputo condurmi da te e poi riportarmi indietro in un istante. E non ci sarà restituito mai più nulla di reale ed intatto, se non capirò ancora una volta come decifrare il tuo cammino.

 

Ora ascoltami, Giulia. Nel profondo del petto, in quello stesso punto oscuro e segreto nel quale hai affondato la tua mano, ogni volta che mi stavi accanto, fin dalla prima, c’è qualcosa che urla la tua storia. Ed è quella storia che ha sempre tenuto vivo il tuo ricordo, sotto la mia pelle. E’ quella storia che si fa largo nel mio sangue. E’ quella storia che mentre la capisco, poi, la smarrisco di nuovo."

 

 

(Tratto da "Sappi che tutte le strade", di A.Mongibello,edito da Terra del Sole. La riproduzione dev’essere contrassegnata dalla fonte di provenienza.)

 

 

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