La casa in collina

Ci siamo riviste dopo dieci anni. Non è stato un tempo stabilito. Semplicemente è successo.

Per dieci anni non ho saputo quasi nulla di te. Conoscenti mi avevano detto di averti vista al mare, altri sostenevano che fossi stata via, in qualche meta esotica, tanto per cambiare aria. Ora vivevi in un’altra città. A me non era mai capitato di incrociarti per caso, neanche tornando da lavoro. Era come se il nostro vortice si fosse esaurito e chiuso. Un buco nero estinto. Mi sarebbe piaciuto, in realtà, trovarti inaspettatamente alla fermata dell’autobus, o in piedi a prendere un caffé al solito bar. Allo stesso tempo lo temevo. Cosa avremmo potuto dirci dopo tutto quel tempo? Intanto erano passati due, tre anni. Poi di botto cinque. Dieci. Avevo smesso di pensare a te, di penare per te. Non c’era rimasto più niente sotto la superficie del ricordo. Niente che bruciasse. Niente per cui stare male.

Ai tavolini del pub aspetto che arrivi. Sei stata tu a trovare un contatto con me, nonostante il mio numero di telefono fosse cambiato, nonostante non vivessi più dove vivevo quando stavo con te. La vecchia casa in collina l’avevo lasciata una volta iniziato il lavoro in città. Sebbene adorassi svegliarmi in giardino e guardare la vista sulle montagne che si stagliavano in fondo, ci mettevo un’eternità ad arrivare in ufficio. A malincuore dovetti traslocare. Fu un paio d’anni dopo che tra noi era finita. Mentre organizzavo la vita negli scatoloni erano venute fuori cose di te che non pensavo di aver conservato. Biglietti del teatro, le cartine delle città che avevamo visto insieme. I libri che mi avevi regalato e che per qualche ragione avevo riposto altrove, rispetto alla libreria. Lo scontrino della prima cena che mi offristi fuori, l’avevo tenuto come un pegno per quando poi sarebbe dovuto toccare a me. Era una promessa, ti dissi. Intanto, al ristorante, le tue ginocchia sfioravano le mie, sotto al tavolino stretto e basso, troppo scomodo per poter allungare le gambe. Correvano sguardi di fuoco. Dove si appoggiavano i tuoi occhi, la pelle si liquefaceva. Rimaneva la carne viva, scoperta, dove tu toccavi e io, tremante, accoglievo senza fiatare. Mi avevi in pugno e lo sapevi.

La sera della prima cena, dopo mangiato, ti invitai a casa in collina, ma dicesti che era tardi, che saresti rimasta solo per un ammazza caffé. Più tardi mi rivelasti che era un modo per tenermi sulle spine. Evidentemente amavi torturarmi con le attese infinite di te. Sul divano sorseggiavamo Jägermeister da bicchierini che avevo tenuto nel congelatore. L’amaro del liquore mi teneva sveglia e vigile mentre le tue mani lasciavano impronte sul mio petto come sulla condensa che si era formata attorno al vetro. Ci baciammo senza fretta, mentre l’alcol evaporava e ci inibiva, e nei baci passavano il desiderio, la seduzione. La carica magnetica del tuo corpo che mi incatenava.

Da qualche parte, in una dimensione parallela, siamo ancora quelle persone, ma più sfocate di oggi. Mentre sorseggio una birra, arrivi trafelata, come sei sempre stata. Avvolta in un impermeabile più largo del necessario, in mano l’ombrello chiuso ancora bagnato, ti fermi sulla soglia guardandoti intorno. Faccio un cenno con la mano, mi vedi, vieni verso di me. Ti siedi sussurrando scuse per il ritardo. Non ho mai pensato che dovessi perdonarti nulla, avevamo sempre deciso tutto insieme, io e te.

“Sono felice di vederti”. E’ strano sentirtelo dire così, tu che non hai mai creduto nelle comunicazioni dirette. C’è qualcosa di diverso nel modo in cui ti muovi, uno smorzamento della tua carica seduttiva, come se non ci fosse più bisogno di cavalcarla, perché è lì, esiste. Fa parte di te. L’hai accettata con rassegnazione.

“Anche io sono felice”. Lo dico per cortesia, non ci credo realmente.

Ci scrutiamo mentre alla cameriera ordini una minerale.

“Vuoi mangiare qualcosa?”

“No, meglio di no. Ho messo su qualche chilo”, dici di sfuggita.

Non mi pare, aggiungo io, o forse lo penso soltanto.

Parliamo un po’ fitto, poi qualche pausa. Riassumiamo dieci anni di vita in poche battute. Anche tu ti sei trasferita, e poi hai cambiato lavoro. Ora sei in un ufficio stampa, viaggi parecchio, fai orari assurdi. Che ne è stata della casa in collina? Mi chiedi, come se sapessi che non ci vivo più anche se non avevo fatto a tempo ad aggiornarti. E’ lì, chiusa. Mi sono trasferita giù in città otto anni fa.

“Mi ci porteresti?”

Che richiesta bizzarra. Non metto piede in collina da quando era venuto giù il muro di cinta due anni fa. Ero salita con un tuttofare a sistemarlo e avevo passato qualche ora lì, girovagando all’interno.

Saliamo in macchina. La cintura ti si stringe sulla pancia, la solita borsa ingombrante sulle ginocchia. Ascoltiamo un vecchio CD di Marvin Gaye che non avevo preparato per l’occasione. Era incastrato da settimane nel lettore e non c’era stato verso di tirarlo via. Dal pub alla collina saranno stati quarantacinque minuti, che passiamo senza dirci un granché. Mi chiedi degli amici, del lavoro, dei miei genitori, persino del gatto dei vicini. Di te dici poco. Parliamo di musica, dell’ultimo film che ho visto al cinema. Della mia fidanzata che fa l’architetto per uno studio che tu conosci. E’ in gamba, aggiungo. Stiamo pensando di comprare casa insieme. Prima o poi.

Imbocco il vialetto, sui lati della strada l’erba è cresciuta troppo alta. La ghiaia è una scia sbiadita, adesso. Un tempo non era così. Il corridoio di sassolini che portava dritto all’abitazione spiccava sul verde del prato ben curato da Enea. Il giardiniere veniva una volta ogni due settimane a sistemare la legna e tutte le altre cose che io non avevo tempo di fare. “Chissà che fine ha fatto Enea”, dico ad alta voce. Tu sei lì, ipnotizzata dalle montagne che forse un po’ ti sono mancate. Scendiamo dalla macchina con grande lentezza. Ci diamo il tempo di respirare l’aria pulita. Sopra alla coltre di smog che si è ammuffita in centro, la collina si staglia placida e silenziosa. Da fuori, la casa sembra ancora vissuta. E’ strano essere qui. E’ strano che ci stiamo insieme.

Mi segui fino alla porta. Faccio per infilare la chiave. All’improvviso mi abbracci da dietro, il ventre pieno contro la mia schiena. Mi giro di scatto. Ora ho capito. Con una mano ti accarezzi la pancia. Non è ancora prorompente, d’altronde sei sempre stata molto magra. “Cinque mesi”, dici, senza che te lo chieda. I lembi dell’impermeabile largo si sono aperti come un sipario su questo nuovo spettacolo inaspettato. Scuoto un po’ la testa, non capisco, mi vedi titubante. “Volevo dirtelo io, non volevo che lo sapessi da altri”. Ti abbraccio perché è l’unica cosa che riesco a fare. La pancia ci tiene un po’ distanti, come se tentasse di allontanarci ma non ci riesce. Anzi. Mi baci teneramente sulla bocca, le chiavi ancora penzolanti nella toppa, la porta chiusa l’unico appoggio piuttosto sicuro. Non pensavo di ricordare il sapore della tua lingua, ma è come un bacio infinito, iniziato dieci anni fa e arrivato fino ad ora.

Mi tieni il viso tra le mani. Ti scusi ancora. E un altro bacio. Così, avanti, fino a che siamo stanche di stare in piedi. Apro la porta. Dentro è come stare in una nuvola sospesa. I mobili coperti da lenzuola bianche, la polvere che si alza ad ogni passo che facciamo. Scopro il divano. Una macchia di colore in mezzo alla candida immobilità del passato. “Non ho capito”, ti dico. Annuisci, forse sei impazzita. Forse sono gli ormoni.

Ci sediamo a guardarci, come la sera dello Jäger, ma adesso ci sono tante vite tra me e te. Quella che ci siamo costruite distanti. Quella che ci ha allontanate. Quella che pulsa dentro di te. Ci sono voluti dieci anni per scavare questa frattura e un solo secondo per ricomporla. Perché il filo della memoria ci tiene strette a doppio giro. E’ il laccio dell’amore passato che continua ad alimentarsi di se stesso da qualche parte dentro di noi. Sento che anche per te è così, adesso. Ma prima non credevo fosse lo stesso per me.

“Non sto con nessuno”, sentenzi rompendo la bolla di silenzio, come a dare una risposta a una domanda che ti avevo rivolto solo mentalmente. “Volevo un figlio, ho quasi quarant’anni, lo sai. Così mi sono decisa e l’ho fatto da sola. Ci sono voluti due anni per riuscirci, non è stato facile. Avrei voluto chiederti di starmi vicino, non ho mai smesso di pensare a te in tutto questo tempo. Ma cosa potevo dirti? Avresti creduto che era solo per puro egoismo.” Sì, l’avrei creduto. Mi conosci ancora, dopo tutto questo tempo. Non ti è andata bene da sola e ora cerchi me? E’ un pensiero tagliente. Forse neanche io ne sono convinta del tutto. Me lo tengo per me. Non hai bisogno dei miei affondi.

Rimango in silenzio a soppesare le parole. Intanto mi racconti delle trasferte in Svezia, delle interminabili visite mediche, dei lunghi e numerosi controlli. Non eri un campo sufficientemente fertile. E’ stato difficile e costoso inseminarti.

“Non ho problemi a tirare su questa vita da sola. Quando ho iniziato sapevo a cosa andavo incontro. L’ho voluto fortissimamente e con coscienza. Ma in tutto questo tempo, mentre pensavo che volevo e potevo andare avanti da sola, non ho mai smesso di sperare che nel quadro più grande potessi ritornare tu”

Deve essere la gravidanza a sballarti in questo modo. Un tempo non mi avresti mai parlato così. Erano la tua indecisione, le tue mosse indecifrabili, a mandarmi al manicomio, a renderci completamente instabili. Fino a spaccarci in due, alla fine.

“Non funziona così”. Te lo dico in un sospiro dopo aver trattenuto a lungo il fiato. Eppure vorrei che funzionasse esattamente così. Che si potesse ricominciare da dove abbiamo interrotto per progredire verso una strutturazione più complessa del nostro futuro insieme, con all’interno una proiezione di noi. Di chi sarà la proiezione questa vita che ti porti addosso, se io ti dicessi di no?

Vedi attraverso le pieghe delle mie incertezze. Sai che nulla di quello che dico è ciò che penso e sento realmente. Ti mento sfacciatamente da quando abbiamo smesso di parlarci. Ho costruito la mia corazza di gesso perché tu potessi smettere di penetrarla.

Vieni più vicino, le mani nei capelli corti, giù fino a stringere la nuca, il collo, le spalle. Ti siedi a cavalcioni su di me, il vestito sopra le cosce. Di nuovo la pancia tra di noi, contro il mio petto. Fronte contro fronte, ci respiriamo. Tu lo sai cosa ho sempre voluto. Stai rigirando la lama. Ci baciamo ancora, le labbra disegnano linee continue da me a te, da te a qualcosa che ti sta dentro. Un sigillo di fiducia. Le mie mani sui tuoi fianchi, su e giù lungo la schiena. Sotto il vestito, sul seno che è diventato più pieno e mi sta nei palmi. Nella bocca. Sulla pancia piccola e tonda il tocco si fa meno impudente. Indugio un secondo come se volessi smettere, invece continuo a scendere. Intanto mi sfili la t-shirt, la pelle sudata. I denti sul collo, nella carne che copre le scapole. Le tue dita sui bottoni dei jeans. Ci affrettiamo. Siamo un groviglio di mani e bocche.

Dopo, sul mio petto la tua testa è leggera. Sei appoggiata su un fianco, la pancia sempre contro di me. Mi prendi una mano, l’appoggi sulla pelle del ventre tesa. Ci metti sopra la tua. Dentro non si muove niente, è ancora un magma di liquido amniotico e qualcosa di simile a una papaya, ma mi spaventa a morte. Non stiamo parlando di niente, eppure innalzo tutte le mie difese.

“Nasce a maggio. E’ una bambina”

“Gemelli, allora?”

 

 

 

 

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In viaggio verso N. (II)

Fischi di treno e stridore acutissimo di rotaie in prossimità dei passaggi a livello creavano avvisaglie e allarmismi tra gli altri passeggeri. Non in noi.

Nei vagoni avremmo potuto stare larghi e invece io e Ania eravamo vicine e lei mi toccava una mano. Silenzi circolavano vorticosamente sulle nostre teste e tutto attorno. Non ci dicevamo niente, eppure le mani raccontavano un’altra storia, di noi che ci eravamo conosciute dentro a quegli spazi sospesi, dove si erano creati vuoti spazio-temporali a cadenza giornaliera. E in quei vuoti avevamo scritto storie alternative alle nostre vite, che poi si erano intrecciate e ci avevano trattenute lì, sui sedili blu del regionale verso N.

La pelle delle mani di Ania era molto liscia in alcuni punti, e più ruvida in altri. In prossimità delle pieghe dei palmi era sottile e sensibile al tatto. Sotto la fede nuziale, dove l’oro della fascetta aveva stretto per otto anni, si nascondeva un cerchio arrossato. Le mie dita giocavano con l’anello e lo spostavano, per poi percorrere la linea del cerchio rosso che stava sotto, toccarla con mano, sentirla reale. Come sarebbe stata diversa la sua mano senza l’oro che l’agghindava, senza l’effige di una promessa spaccata. Mi chiedevo quale dei due fosse l’amore molesto, il vero desiderio malsano.

Ci eravamo baciate sul binario della stazione appena arrivate ad N. una mattina che c’era troppa pioggia per camminare. Avevamo visto il temporale squartare il cielo basso sulla linea del mare, ma era un acquazzone senz’altro di passaggio, anche se quasi tropicale. Tanto valeva aspettare che smettesse. Ci dirigemmo per ultime verso la porta del vagone, eravamo sole. Gli altri passeggeri si erano già affrettati verso l’uscita. Qualcuno aveva iniziato a cacciare un ombrello dalla borsa, qualcun altro si era infilato la giacca a vento con il cappuccio sopra al vestito buono del venerdì mattina. Noi indossavamo i nostri vestiti leggeri, le scarpe aperte e comode. Ania con la sua borsa ingombrante, io con la mia sacca di pezza. Davanti a me, tesa tra il gradino del treno e la banchina, si girò bloccandomi il passaggio e mi baciò. Con il peso del corpo stava sospesa verso di me, ma con un piede era quasi a terra. Non fu un bacio appassionato, di quelli che gli innamorati si danno alle stazioni. Furono le sue labbra attaccate alle mie, le mani che si reggevano ancora al vagone, gli ingombri di una vita a impedirci la presa l’una sull’altra. Il respiro trattenuto tutto dentro, per paura di sbagliare. Per paura di parlare inavvertitamente, e di rompere l’incanto. Le labbra si erano viste. Dopo sarebbe toccato al resto.

Scendemmo, ma nessuna di noi voleva staccarsi dalla bolla del bacio. Così restammo sulla banchina, sedute sulle panche spoglie delle attese, mentre i binari di fronte a noi si affollavano e il nostro rimaneva vuoto, quasi a lasciarci lo spazio della ripresa. Il tempo dell’elaborazione. Passarono dieci minuti, venti, forse una mezz’ora. Un’ora. Entrambe eravamo molto in ritardo per il lavoro, ma decidemmo lo stesso di aspettare. A quel punto il temporale di giugno era solo una scusa per concederci il tempo di decidere da che parte stare. Nel frattempo, il foulard svolazzava dal suo collo sulle mie spalle. Era uno dei quei momenti cruciali, dove hai l’impressione di poter decidere della tua vita. Ma il desiderio te lo lascia veramente fare?

Ci salutammo con un cenno, quella mattina, dopo l’acquazzone. Ognuna andò nella sua direzione. E avrebbe potuto essere semplicemente così, con le strade che si separavano simbolicamente e fisicamente, mentre noi ci allontanavamo da desideri e seduzioni impossibili.

Tornando a casa che era già molto buio, nel vagone cercavo rassicurazioni in altri volti, ma erano tutti sempre diversi, perché i miei orari cambiavano di continuo. Alla stazione del rientro, mi fermai a fare la spesa. Una donna con un foulard mi passò davanti, alla cassa. Aveva due figli piccoli, gemelli. Avrebbe potuto essere Ania, con suo marito l’aviatore o il soldato, l’ufficiale dell’aeronautica militare. Ania che sgrida i bambini. Ania che pensa a cosa cucinare. Ania che non ha tempo per fare l’amante. Era questo che le volevo domandare? Se avesse voglia di una relazione extra-coniugale?

Sul terrazzo aprii una birra non troppo fredda. In casa c’era già un caldo infernale. La serata, fuori, era tiepida, si faceva strada un sentore di luglio che ancora stentava ad arrivare. Le scrissi un messaggio, che poi cancellai. Dopo un po’ glielo riscrissi, uguale. Cancellai anche quello. Al terzo tentativo, solo un “?” e inviai. Rispose subito “!”. Capii.

Il giorno dopo eravamo sul vagone a toccarci le mani. La notte avevo sognato Ania nel sottotetto, dentro al mio letto, avvolta nelle mie lenzuola bollenti. Avevo sudato abbondante, bevuto parecchio, bagnato il cuscino. Poi mi ero alzata per andare a lavoro, ma il lavoro non era più la motivazione. Vedere Ania era l’impiego della giornata. L’alienazione totale dal resto del mondo. Avevo riconquistato una dimensione di vita adolescenziale, ma i desideri erano molto più maturi di quando avevo sedici anni. Ania non era la ragazzina di Bari a cui avevo dato il primo bacio, l’estate del 99, nel buio della mia camera da letto chiusa a chiave. Non ero io quella in pericolo. A me tutto sommato stava anche bene. Avrei potuto persino farla semplice.

Ma da adolescenti quali ci sentivamo, arrivati alla stazione di N., quel giorno non scendemmo. Aspettammo che il treno si rimettesse in moto, che ripercorresse i quarantacinque minuti di tratto ferrato al contrario. Scendemmo alla mia stazione, camminammo a passo svelto fino alla strada principale. Salimmo le scale a due a due come quando mesi prima ero in ritardo per il lavoro. Aprii la porta, ci togliemmo le scarpe, le borse, i vestiti, la faccia. Ci baciammo contro tutti i muri infuocati del sottotetto, con le lingue che impastavano bugie a desideri, e le bocche che si seducevano senza soluzione di continuità. Non ricordo nessun dettaglio, il colore della biancheria, la forma dell’ombelico, se tolse o meno la fede dall’anulare, se la poggiò sul comodino accanto al libro di Rilke. Mi ricordo, però, la sensazione bruciante della sua pelle a contatto con la mia, delle gambe aperte che mi accoglievano. Il calore disarmante, bollente, del suo corpo dentro alle lenzuola, che al mio chiedeva tutto quello che si poteva chiedere e prendeva tutto quello che si poteva prendere. Con le mani che non avevano proibizioni. Nessun limite, nessun divieto d’accesso.

Giochi? Sì, Ania, io gioco fino alla fine.

Non vidi più Ania sul treno per N. Il giorno dopo aveva già smesso di venire. Anche il mio libro di Rilke era sparito dal comodino. Un segno tangibile del suo passaggio nella mia vita.

 

 

 

 

 

 

In viaggio verso N. (I)

Iniziò così l’estate ad N., alla fine di maggio, con un paio d’infradito rispolverate dall’anno prima, i gatti che dormivano placidamente sul davanzale dello studio. L’aria tiepida del giardino alle tre del pomeriggio che si mischiava con quella ancora fresca degli interni. Il lenzuolo di lino già pronto sul cuscino del divano, la maglietta di cotone leggera, pulita, infilata dopo la doccia, con la pelle ancora cristallizzata. L’acqua frizzante in frigo. Ne bevevo a sorsate grosse di ritorno dal lavoro, come se solo l’acqua di casa potesse dissetarmi. Poi dritto a sciacquare la faccia e i capelli sotto la fontana, a schizzare ovunque, perché tanto fa caldo. Si asciuga. Così mi dicevo, scrollando le spalle. La mattina il sottotetto infuocava già verso le dieci, ma io scendevo di casa un po’ prima e cominciavo a trascinarmi per strada, fino alla stazione. Sui binari, aspettavo un treno dai vagoni poco pieni, che arrivava sistematicamente con un rassicurante ritardo di dieci minuti. Era il momento migliore, quando le scuole chiudevano, l’università si svuotava e la gente rimaneva un po’ più a casa, o un po’ più in vacanza, o dove gli pareva. Quello era un periodo di svaghi; leggevo Rilke, poi mi stancavo e divagavo sulla Ferrante. Mi piaceva la scrittura mangiata, le frasi corte, la compiutezza dei pensieri semplici. Non amavo i lunghi incisi, le parentetiche; preferivo qualche frase in dialetto, una storia che si consumava in fretta, qualche volta prevedibile, qualche altra meno. Era un periodo. Ce ne sarebbero stati altri, in futuro, per letture meno rassicuranti e scritture più labirintiche.

Di fronte a me una donna molto seria leggeva plichi di pagine A4 malamente tenute insieme da una graffetta. Dal finestrino mezzo aperto del vagone qualche folata spostava di poco i fogli, ma lei tornava a riordinarli con una cura distratta eppure incisiva. Sedeva sempre allo stesso posto, e io al mio. Quando salivo era già lì. Qualche volta, con una penna, faceva impercettibili annotazioni sui margini bianchi. Erano commenti brevi, due parole, forse tre. Simboli, magari? Non capivo cosa c’era scritto. Avrei potuto inclinarmi più avanti, verso di lei, tanto non se ne sarebbe accorta per quanto era calata nella lettura, ma quando non mi andava di leggere, e iniziò ad accadere sempre più spesso all’inizio di quell’estate, preferivo starmene di soppiatto a guardarla con la coda dell’occhio, quasi a diventare strabica lanciando ora uno sguardo al paesaggio, ora uno a lei.

Benché quelle operazioni di, presumevo, correzione di bozze, venissero portate avanti con grande meticolosità e rigore, la sua figura non era altrettanto composta. Aveva i capelli lunghi sopra le spalle, neri, molto sottili che spesso le cadevano davanti agli occhiali. Sulle lenti si intravedevano aloni di impronte sbadate, mentre le mani erano spesso macchiate di inchiostro. La borsa, voluminosa, sempre poggiata sul sediolino di fianco. Aperta, strabordava di libri e altre scartoffie, una bottiglietta di plastica vuota già a prima mattina, forse abbandonata lì la sera precedente. Un foulard stropicciato, con cui doveva essersi coperta il collo latteo dalla pelle sottile, venata di piccoli capillari che disegnavano trame contorte. Un portafogli troppo ingombrante da cui spuntavano vecchi scontrini. Mi chiedevo come facesse a scarrozzare quel peso, con il caldo appiccicoso che incalzava, e la folla imbalsamata alla stazione di arrivo. Ad ogni modo, scendevamo ogni volta alla stessa fermata, dopodiché le nostre strade si dividevano. Io, pagando lo scotto dei dieci minuti di ritardo, salivo a piedi le scale a due a due e riemergevo alla vita comune; lei si dirigeva lentamente verso un altro binario, da cui, immaginavo, avrebbe preso la metropolitana o qualche altro treno. Non sembrava mai disturbata dal ritardo; era piuttosto stralunata, ma non tanto nel senso di sbadata, quanto di essere di un altro pianeta.

Per un paio di settimane, la stessa scena. Vagone, libri, appunti. Vento, capelli, borsa. Sarebbe rimasta uno dei personaggi silenziosi e misteriosi della mia vita, se non fosse  che un giorno, invece di dirigersi all’altro binario, riemerse sulla terraferma assieme a me. Quel cambio di percorso mi scombussolò. Rallentai il solito passo, e, in maniera goffamente disinvolta, lasciai che mi passasse davanti e tentennai per vedere quale direzione prendesse. Alla prima occasione, fece per entrare in un bar tirandosi su il manico della borsa, ma evidentemente dovette strappare con forza, perché il cuoio cedette rovesciando sul marciapiedi tutte le cianfrusaglie. Fu un gesto istintivo quello di calarmi immediatamente per terra e iniziare a raccogliere le sue cose, nonostante fossi più indietro di qualche passo, tanto che lei sobbalzò pensando, come poi confermò tempo dopo, che volessi portargliele via. Quando però mi guardò e quindi mi vide, dovette riconoscermi, poiché dacché era allarmata abbozzò un sorriso imbarazzato e disse che le era già successo, come se mi dovesse dare delle spiegazioni. Credo di averle sorriso anche io, per tutta risposta, e di aver aggiunto che mi dispiaceva mentre, ancora istintivamente, l’avevo seguita nel bar e avevo ordinato due caffè, senza che lei mi invitasse a restare, o si proponesse di pagare, o chiedesse altro.

Fu così che iniziò davvero quell’estate. Quando mi scottai la lingua col caffè bollente, e lei sorrise di nuovo, e invece che andare in ufficio, presi la sua stessa direzione, diametralmente opposta alla mia, perché volevo dare una storia al volto del treno. Quella che non sarebbe più stata una sconosciuta si chiamava Ania, aveva quarant’anni e, sì, correggeva bozze per lavoro.

Ania viveva a una decina di chilometri dal mio sottotetto. E da una vita, per giunta. Aveva sempre lavorato nello stesso posto, ed erano molti anni che prendeva il treno. Quell’estate però, poiché in ufficio le avevano ridotto le ore ad un part-time, aveva iniziato a scendere di casa più tardi, ed era da qualche settimana che prendeva la mia stessa corsa. All’inizio, non riuscendo ad incastrare bene le coincidenze, passava un quarto d’ora o più ad aspettare il lentissimo treno metropolitano, una volta arrivata ad N. Quel giorno aveva deciso di lasciar perdere e provare ad andare a piedi, nonostante il suo ufficio distasse una ventina di minuti.

In effetti era proprio una bella passeggiata. Dalla stazione, costeggiando il mare, si passava accanto ai palazzi illustri, le arcate antiche. I ristoranti avevano già messo fuori i tavolini, e si preparava il tovagliato per il pranzo. Qualche intrepido sfidava il caldo di inizio giugno e correva a ritmo di musica house o chissà che, indossando pantaloncini da ciclista e magliette tecniche dai colori improbabili. Mi avevano sempre fatto ridere e suscitato tanta invidia le persone che fanno jogging al sole. Avremmo fatto quel percorso altre volte, dopo quel giorno, e sempre nella stessa direzione, mai al ritorno. Per fare il giro della città con lei, avrei sballato tutti i miei orari di lavoro. Ma Ania aveva qualcosa di magnetico che iniziava ad agitarmi, o forse mi agitava già da un bel po’ prima dell’inconveniente della borsa e di quelle passeggiate. Non mi chiedeva perché andassi nella sua stessa direzione. D’altra parte, mi ero limitata a dire che l’ufficio era di là. Ma dove non si sapeva, né lo volevo dire che era solo una scusa per passare ventidue minuti di orologio con lei e poi altri venti da sola per tornare indietro.

Finsi di non aver notato la fede che portava al dito, qualche giorno dopo, quando le domandai, candidamente, se stava con qualcuno. “Sono sposata da otto anni”, mi disse senza batter ciglio, come se stesse parlando di qualcun altro, ma lo fece marcando la s al punto che mi sembrò avesse detto, invece, “spossata” o “spostata”. Spossata, spostata, sposata. Non mi ci volle troppo a capire che era tutte e tre le cose insieme, e che le piaceva infilarsi dove c’era il vuoto, un piccolo buio, l’incertezza delle parole. Subito dopo deviò sull’ultima bozza che stava leggendo e che l’aveva tenuta in silenzio, immersa nel lavoro, come ogni giorno, in treno. Non ci parlavamo durante il viaggio. Per lo più, io leggevo il mio libro, o giocherellavo col cellulare, mentre lei, nella sua posa fintamente statuaria, si portava un po’ avanti col lavoro. Ogni tanto, infatti, alzava lo sguardo e mi trovava indaffarata alla meno peggio in qualche convulsa attività di svago, abbozzata all’ultimo momento per non farmi beccare in flagrante mentre la tenevo d’occhio. Mentre la studiavo.

Che stesse succedendo proprio questo, Ania se ne accorse quasi subito. Le movenze del corpo cambiavano quando capiva che la osservavo. Si spostava i capelli indugiando qualche secondo in più, giocherellava con la fede, si accarezzava un braccio come per scrollare via un senso di colpa. Perché averne, dopotutto? Non c’era nulla tra me e lei. Se non le passeggiate che costeggiavano il mare, gli sguardi furtivi nel vagone quasi vuoto della mattina, o quella volta che le misi una cuffietta nell’orecchio per ascoltare un pezzo di Damien Rice.

“Ti piace?” chiese lei a me

“Sì, e a te?” rilanciai

Volle sapere di che parlava, perché ovviamene era in inglese. In una delle nostre conversazioni mi aveva detto di essere fluente, ma doveva averlo dimenticato, o forse l’aveva fatto apposta a chiedermi di tradurre i versi. Era da me che li voleva sentire.

“Parla di un bacio, dice…”

Stavo per aggiungere il resto, quando mi interruppe

“La fai sentire a tutte le tue ragazze?”

Non le avevo mai detto di avere tante ragazze. Le avevo detto che mi piacevano le ragazze, ma lei doveva aver capito male. Doveva aver pensato che mi piaceva averne di diverse, forse perché avevo detto le ragazze e non le donne, e le era sembrato che volessi dire che mi piacciono giovani e che ne volevo tante. Avrei potuto dire sì, e confermare che, come sospettava, mi piacesse sfarfallare tra giovani donzelle senza farmi troppi problemi, e che stessi tentando la stessa tecnica con lei, inglobandola nella non meglio definita cerchia delle “mie ragazze”, intendendo, magari, le mie giovani allieve, o, peggio, le mie discepole. Dissi di no, ma non fui molto convincente, perché rise un bel po’ dopo quella risposta, mentre Damien Rice continuava la sua ballata in sottofondo, e il treno dondolava ritmicamente verso la stazione di N.

Il giorno dopo, salendo sul vagone, trovai una scena diversa. Ania non stava leggendo il solito plico di fogli sconnessi, ma aveva in mano una raccolta di Rilke. Avevo abbandonato il poeta austriaco prima dell’incidente della borsa, ma, nei giorni in cui io e Ania ancora non ci conoscevamo, lo leggevo distrattamente mentre lanciavo a lei occhiate furtive. Era un segnale criptato che mi stava mandando? Aveva iniziato a notarmi prima che ci ‘conoscessimo’? Finsi di non vedere e continuai a leggere una storia poco interessante di Daria Bignardi. Intanto, ripercorrevo mentalmente le tappe dell’altra lettura a conferma della mia teoria. Dopo un paio di giorni, avevo di nuovo in mano Rilke. Mi sembrò di vedere un sorriso compiaciuto sul suo viso quando tirai fuori il volume dal lato della copertina.

Mentre quella comunicazione silenziosa prendeva forma, le passeggiate andavano avanti senza che nessuna si meravigliasse troppo. Ania aveva due figli, ma non ne parlava molto. Neanche di suo marito, che forse faceva l’aviatore o stava solo nell’aeronautica militare. Commenti vaghi anche sulla sua vita familiare, e su storie passate, travagliate alcune, noiose altre. Per lo più parlava di quello che leggeva. Avrebbe potuto raccontarmi il bugiardino delle aspirine che portavo sempre in borsa, le sue parole sarebbero arrivate comunque cariche di seduzione, pronunciate sulla punta della lingua, in un filo di voce pacato, sottile, quasi erotico.

Eravamo due persone che non si conoscevano e si erano un po’ conosciute, che parlavano di cose strampalate che non c’entravano nulla con le loro vite. Eppure in qualche modo ci rivelavamo, reciprocamente e a noi stesse, dicendoci siamo questo e non siamo altro. Vogliamo questo e non vogliamo nient’altro. Nella mia testa le cose prendevano questa piega. In quella di Ania ancora non lo so del tutto, ma una mattina mi lesse un passo di uno scrittore americano di cui non avevo mai sentito parlare, e il passo diceva così:

“Ho lasciato che mi prendessi. Dopotutto qual è il senso della resistenza? Perché oppormi a te, mostrarti le mie armi migliori e tentare di divincolarmi da questo stato di torpore in cui mi ritrovo quando ti sono accanto, come distante dal baratro più profondo che potessi immaginare eppure pericolosamente a ridosso di esso? C’è solo un passo tra me e il vuoto, solo un passo per precipitare. L’avevi capito, tu, che è proprio questa l’ebbrezza che mi tiene in piedi, vivo e sognatore. Perché se ti manca il brivido della possibilità e del desiderio sfrenato che ti elettrizza la schiena e ti morde lo stomaco, allora non sei che l’ombra di te. Ho provato, credimi, a vivere così. Ho provato ad accettare le conseguenze dei miei errori come fossero la naturale prosecuzione di questi ultimi, come se non ci fosse mai riscatto, ma solo prostrazione di fronte alle realtà scomode. Mi sono sforzato di starti lontano, di inghiottire il groppo della nostra separazione provando a guardare le cose dalla tua prospettiva e il tuo punto di vista, per un attimo, mi è sembrato addirittura ‘onesto’. E’ durata quant’è durata, quanto può durare il segreto di una bugia vergognosa, un segreto che brucia la pelle e ti consuma la vista e la lucidità. Non sento di dovermi scusare con nessuno se sono fatto così, se sono trascinante quando credo in un’idea, se riesco a mostrarti la strada migliore anche quando il sentiero non è battuto ed è spaventoso anche solo il pensiero di doverlo attraversare io e te, a notte fonda. Io reagisco. Mi ribello all’infelicità che sta acquattata dietro l’angolo di casa, a quella pessima idea che è accontentarsi di non stare male e non pretendere da se stessi e dalla vita di stare meglio, di stare bene davvero. Io sono un rivoluzionario, la mediocrità non mi batte. E il tempo che trascorriamo insieme non mi basta mai. A che serve convincere me e te del contrario? E’ una fame che mi prende lo stomaco e poi la testa ed è il desiderio irresistibile di cercarti e di parlare con te. Di camminarti accanto, in queste giornate così storte, e di essere per te uno scudo che ammortizza i colpi e ti protegge dalle chiacchiere, dagli errori, anche dai miei. Non c’è un altro modo per dirti tutto questo, o forse potrei cercarlo, ma in fondo saprei che le parole, nei casi più difficili da sbrogliare, in cui ci si capisce o ci si fraintende con un silenzio, sono imbattibili: sono spaventosamente e irrimediabilmente attratto da te. E’ come un campo magnetico quello in cui ci muoviamo. Noi, cariche opposte eppure così uguali. Potrei cercare di oppormi a questa forza che mi spinge verso di te che quasi non me ne accorgo, ma dovrei lottare contro la mia natura di carica negativa e uscire dal raggio d’azione della tua positività, crogiolandomi nell’assurdo convincimento di aver fatto la cosa giusta e questa sarebbe comunque una battaglia persa. Io, con te, voglio rischiare di sbagliare tutto piuttosto che soccombere alle circostanze e non chiederti di uscire con me.”

No, non lo stava dicendo a me. Era solo letteratura. Eppure avrei potuto chiederle perché avesse scelto proprio quel passo, perché avesse voluto leggermelo, perché avesse portato con sé proprio quel libro, scelto con cura l’estratto, sottolineandolo a matita. Avrei potuto farlo, se non avessi saputo che facendolo avrei sfatato tutto l’incanto del gioco di seduzione che stavo nutrendo nella mia immaginazione. Volevo e non volevo sapere, dire e non dire, fare un passo e tirarmi indietro allo stesso tempo. Chiedere e negare di aver chiesto. E se non fosse stato come pensavo? Perché Ania avrebbe dovuto giocare con me?

Giochi o non giochi, Ania? Che fai?

 

 

 

 

 

 

 

Maggio. Di 25 l’aria torna torrida come estati fa. Si cammina per la strada, i jeans attaccano alle gambe. La strada corre. L’asfalto traspira nuvole di catrame evaporato. I sentori sono gli stessi. La vita, però, è cambiata. Ho qualche capello bianco all’attaccatura della nuca, inizio a pensare a quando la testa sarà brizzolata. Come si fa a invecchiare? Non lo so, non ci ho mai pensato veramente.

Mi ricordo quando la scrittura era un pozzo in cui esorcizzare la mancanza e la fine. Oggi non scrivo, ripercorro mentalmente il filo di pensieri che perdo un momento dopo, dentro a una preoccupazione di lavoro, un impegno da aggiungere al calendario, una telefonata da fare o da ricevere. Il prossimo appuntamento, la prossima lezione. La prossima vita.

Non è l’approssimazione di tutto questo stato transitorio di cose che mi preoccupa, ma il tempo che dedico a futilità che però paiono imprescindibili. La consapevolezza che ho a tratti che sono questi i miei trent’anni, e quando passano, perché passano, poi saranno i quaranta, e i cinquanta, e i sessanta. Ma ci sarà ancora tempo per la scrittura, per la seduzione nelle parole degli altri, per le pareti di carta di riso che si possono scavalcare, se si vuole? Per sentirsi poeticamente smarriti e alla deriva?

 

 

Ho pubblicato una foto di me e Oliver stamattina.

Non avevo mai notato che sul muso la linea della bocca disegnava quasi un sorriso. Chissà se sorrideva davvero, o sto solo proiettando su di lui le mie aspettative. Qualcuno direbbe che l’abbiamo antropomorfizzato. A dire il vero, Oliver era un personaggio ultraterreno. Una specie di gatto-alieno.

Ho pensato a lungo di scrivere una storia che parlasse di lui, qualcosa che lo rendesse immortale anche oltre i miei pensieri e i miei ricordi. E’ difficile ripercorrere i nostri ricordi, le ‘cavalcate’ in giardino, i giorni in cui cominciava la primavera. La pianta di mimosa fiorita che adorava, e le ortensie i cui fiorellini celesti gli restavano attaccati al pelo come vessilli dell’amore spassionato che aveva per la sua libertà. Il nostro guardiano del giardino.

Da quando sono tornata, non sono riuscita ad andare neanche una volta nel posto dov’è seppellito, sotto all’albero di fichi. Avevo chiesto che non fosse lasciato solo, o senza fiori. Ma la verità è che non ci ho più messo piede in giardino, non ho più saputo scavalcare il cancello d’ingresso, facendo un fischio perché Oliver mi seguisse. Quello è un mondo abbandonato che posso solo ricordare con Oliver dentro, ma che non posso rivivere senza di lui.

C’è qualcosa di malefico nella morte di un animale. La costernazione è quella del lutto, ma qualcosa attorno a te non ti consente di esprimerlo come tale, te lo vieta, perché non è concesso. Forse perché è sentito come qualcosa di non eticamente o moralmente giusto. Invece c’è dignità nel compiangere una piccola anima curata e cresciuta in anni di dedicato amore reciproco e pazienza. E’ rimasto questo buco nero che è la sua fine. E niente può consolarlo. Quando si riapre la porta sulla memoria, non posso dire a nessuno quanto soffro per questa mancanza.

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Ho smesso di scrivere a maggio, quando Oliver è morto. C’era un’intesa singolare, tra me e lui. Come se il tempo trascorso insieme fosse la fonte stessa, il recinto assoluto della riflessione. Dopo, le cose hanno iniziato a vorticare frettolosamente. La vita ha preso una piega sbalorditivamente singolare. Unica.

Il rientro, i viaggi, il tempo dedicato all’amore, alla cura dell’altro. Alla cura di sé per l’altro. Quante cose ho imparato in quest’anno e mezzo di incontri, separazioni, distanze ricucite, e la costruzione di una quotidianità sana, spensierata, solida. L’ingresso nell’età adulta. I miei trent’anni che si sono affacciati così, tra il ritorno e una nuova partenza. Le avventure che si fanno più frequenti. I fitti intrecci di vita personale, lavoro, nuove sfide. Mettere su qualcosa di mio. E continuare a spandersi intorno, sopra, sotto. Ovunque arrivino le mani e i piedi.

Anni fa, in questi stessi giorni, scrivevo di un banco di orche intrappolate sotto uno strato di ghiaccio nelle acque della Hudson Bay, a Inukjuak, nel nord del Quebec. Quest’immagine mi aveva trafitto. I giganti che aggredivano la lastra che li imprigionava, per tentare un salto sul mondo, in quell’aria gelida che però li faceva respirare regalandogli qualche altro minuto di vita. Nel gennaio del 2013, commentando una foto scattata a quelle orche, scrivevo così:

“A ovest, quando il sole tramonta, i giganti si inchinano per l’ultima benedizione, l’ultima colata di luce prima che arrivi la notte. La vita è un respiro scavato negli anfratti dove il ghiaccio ha ceduto all’istinto di sopravvivenza”

In quel periodo sentivo che un legame letale mi univa a quell’immagine. Mi vedevo paralizzata dal ghiaccio, come un’orca smarrita a cui piano piano inizia a mancare l’aria. Per fortuna sia il mio destino che quello delle orche è cambiato grazie all’arrivo provvidenziale di persone che hanno coraggiosamente scassato il ghiaccio, creando dei varchi di salvezza.

Oggi posso dire che siamo stati fortunati ad aver trovato qualcuno in grado di creare delle crepe. Qualcuno abbastanza forte da sfidare tutto quel gelo. Tutta quella neve.

Le persone come me a volte sono troppo prese da se stesse, dagli incanti e dagli orrori del piccolo mondo che si costruiscono attorno. Vorrei dire che il problema è il ghiaccio, anche se poi si è sciolto. Invece non è solo così. E’ anche così, ma è anche che siamo persone abituate a crogiolarci nella solitudine. Abbiamo bisogno di un po’ di tempo per esplodere e sentire veramente l’altro, per capire fino in fondo che la vita ha avuto una virata. Che le cose sono buone e saranno buone.

Tu hai fatto una bellissima magia. Una magia inaspettata che continua ogni giorno. La vedo. E’ meravigliosa e duratura. Soprattutto è vera. E sono profondamente grata per tutto questo.

 

 

 

 

È una settimana che te ne sei andato. Non ho più smesso di pensare a te, da quando è successo. Alla fragilità della vita, che siamo indifesi di fronte al caos delle casualità.

Immagino giornate di sole, lontano, a casa mia. Le foglie della pianta sconosciuta che da sempre si inerpica su per il pergolato frusciano al vento di fine aprile. Nell’aria c’è il profumo di glicine che ti piaceva tanto. Il tuo regno vuoto, privo della tua presenza. Il silenzio delle cose che amavi.

Le lucertole scorrazzano indisturbate. Gatti sono venuti da altri giardini ad occupare i posti che preferivi. Tutto mi parla di te in quei luoghi che hai abbandonato per sempre, amico mio.

Lacrimo nelle mattinate fresche, in questo paese che mi ha tenuto lontano da te così a lungo. Aspettavo il rientro per ritrovare le nostre piccole abitudini, quei riti che sapevamo noi. La sigaretta dopo cena, le passeggiate in giardino, ai confini dell’erba alta dove solo tu, poi, ti sapevi avventurare.

Temo di trovare la tua assenza in quei luoghi.

Te ne sei andato per gioco. Il tuo spirito di avventura ti ha fregato così miseramente. La vita è tanto delicata. Siamo tutti macchine complesse, i nostri organi funzionano in modi straordinariamente difficili da comprendere, eppure in un attimo la scintilla che ci anima ci abbandona, e ci allontaniamo da questo mondo, cancellati dall’esistenza.

Questa è forse la cosa più crudele che sappiamo di noi stessi. Che lo spirito è una fiammella spenta in un soffio. Quando il vento tira, non c’è riparo.

16 settembre 2014.

Ti rispondo da qui, che è l’unico luogo da cui posso parlarti. Da questo spazio bianco, immacolato, che prova a essere un purgatorio per la redenzione. La camera iperbarica dove decomprimere i pensieri. L’universo rovesciato dei miei silenzi. Ti scrivo da qui perché ho provato ad avere la forza per affrontare un dialogo con te che non sia interrotto. Eppure continuo a scontrarmi con un muro, per ragioni che non comprendo, ma che, per una subdola ironia della sorte, sono le stesse di sempre, di un altrove lontano, molto remoto, di cui tu non fai più parte e nel quale, tuttavia, ti ritrovi. Volente o nolente. Ovviamente, senza saperlo.

Dici che ci vuole silenzio. Lo dici a me, o forse no. Lo dici a te, o forse no. Anche questo circolo di letture e interpretazioni è vizioso, ma non posso fare altro che seguirlo, incanalandomi sul filo di una circonferenza sottilissima, dai bordi scivolosi, che mi fa sentire stupida e in trappola. Ci ho messo un’energia immane per riverirti come si fa con le cose fragili. Tu non puoi saperlo. Non sai quante cose sono accadute in questo mondo rovesciato, mentre ti allontanavi, mentre sprofondavi da qualche parte, in altri silenzi, altre storie, altre paure da accollarti. E io costruivo cose su cose, dentro cose, sopra le cose. Ammassi di cose ovunque. Mi hanno riempito la testa, con una mancanza di logica perversa, opprimente.

Le parole scoppiano agli angoli della bocca. Posso dirtele o no? Posso venire a prenderti, venire a rincorrerti, venire a dirti che non voglio allontanarmi? Che non voglio perderti?

9 ottobre 2014

Dall’aeroporto di Napoli sono partiti tanti voli. Aeromobili si sono alzati in un cielo terso, senza neanche un accenno di nuvole. Una giornata perfetta per la navigazione.

Le correnti si sono placate per lasciare spazio al viaggio. Torpore e agitazione nella cabina, il viavai delle hostess. L’allarme delle cinture di sicurezza. Le dimostrazioni anti-apocalisse. Tutto si è svolto come al solito.

Ma io non c’ero.

L’aereo è andato senza di me. Io sono rimasta.

Oggi era il giorno destinato alla partenza. Il giorno degli arrivederci, o degli addii. Lasciare tutto indietro e fare un giro attorno al mondo. Ritrovarmi da un’altra parte, nella galassia delle distanze.

Avrei messo la sveglia alle otto, infilato in valigia il pigiama, preso la borsa. Controllato cento volte di avere il passaporto e la carta d’imbarco. Avrei camminato fino al controllo sicurezza con la mia mole di bagagli e sensi di colpa. Lanciato un ultimo sguardo alla vetrina che separa gli avventurieri dai sedentari, gli sconfinatori di orizzonti dai placidi sedimentari, avrei imboccato il corridoio fino ai ruoti su cui girano gli averi consentiti, avrei svuotato le tasche degli spiccioli inutilizzati, e poi giù, fino al gate, nella bolla sfatata della mia solitudine che non ha saputo scoppiare. Che non si è saputa arrendere.

Avrei potuto farlo così, come altre volte, ma peggio di altre volte. E non l’ho fatto. Non oggi.

Ho sfidato la mia sorte. Per una volta, penso di aver vinto. Per una volta, sono sicura di aver fatto la cosa giusta.

Ho scritto una frase, il giorno in cui ti ho ritrovata, sul libro che ho comprato per te. Parla di paure e di tigri di carta. Non so dove porterà questa strada, non so che impatto avrà questo tempo. Ma questa notte non può passare se non affrontiamo le ombre e non capiamo che sono solo gli ologrammi di piccoli oggetti reali, comuni, come gli aerei che partono, ma che poi ritornano. Come la vita che prima ti nega tutto, e poi te lo restituisce a modo suo. Con i suoi tempi. E puoi solo accettarlo e essere grata fino alla fine.

 

 

 

Svegliarsi. Alle tre, alle quattro. Rimanere in piedi fino alle cinque. Fumare una sigaretta, sottile, rollata col tabacco più sporco, quello che si annida sul fondo del pacchetto e che racimolo nel palmo della mano. Sul balcone i gerani hanno fiorito e sfiorito, dal vaso di coccio viene fuori un odore di menta e basilico, il principio e la fine di quest’agosto. Non avrei dovuto essere qui, invece ci sono. I chilometri crescono, le distanze aumentano. Impossibile tenere il conto. Pensavo di averlo già saldato il mio debito.

Nei sogni non ti vedo, ma li infesti con i tuoi simboli ed il tuo caos. Seguo la scia di briciole di pane che ti lasci dietro. Porta a labirinti di silenzio nei cui corridoi vorticosi si nascondono segni da decifrare. Dove sarà la casa di marzapane? E’ davvero lì che voglio arrivare?

Tutti questi dialoghi taciuti mi rassicurano e mi inquietano. Sono o non sono sola a guardarti da un cono d’ombra, seduta su un gradino, mentre la piazza si riempie e si svuota, e ognuno passa e dice la sua, ma non sei mai tu e non è mai quello che voglio sentire? Le ricerche sono estenuanti. Quanta fatica mi costa questa codifica. Tradurti è un’arte difficile. Centello le parole come invisibili granuli d’oro aggrappate alle maglie di un colino. Il fiume passa e porta via. Anche noi stiamo passando.

Mentre sgrano una a una le polveri sottili, quello che respiro potrebbe essere magia o piombo. Certo, c’è un posto vuoto, da qualche parte, su quel gradino, nel cono d’ombra. Vorrei dirti che c’è tempo. Ma dimmelo tu. Dammelo tu il colpo di scena. Sii la sorpresa che non mi aspettavo. Dimostrami che mi sbagliavo.

 

Itaca

Traduzione dall’inglese del racconto “Ithaca” in L. Canton (a cura di), Cospicuous Accents, Montreal (Canada), Longbridge, 2014.

“Itaca”

Partenze

E’ la mia ultima settimana in Italia. Ho sprecato otto mesi della mia vita per prepararmi a questa partenza, ma la verità è che non esiste nessun modo per essere pronti ad andare, anche quando partire è l’unica scelta possibile. Non si può restare per paura dell’ignoto, ma si va, facendo un salto nel vuoto.

Ho rinunciato a due proposte, due modi per restare. Sarebbe stato semplice, molto più facile che impacchettare la mia vita, comprimerla in una valigia e andare. Ma non è quello che sogno per me. So che c’è molto di più oltre Napoli, fuori dall’università dove ho trascorso gli ultimi dieci anni della mia formazione professionale, lontana da prospettive che già conosco, da questo paese che si sgretola quotidianamente davanti ai miei occhi. Forse posso ancora permettermi di rischiare un poco, e di vivere come se non appartenessi a niente.

 

Un altro arrivo

E’ una giornata che dura da trentadue ore. Mi arrendo all’impossibilità di descrivere lo spaesamento che si prova ad attraversare un continente in un giorno per entrare in un altro. Lo potrebbero dire le mie valigie, poggiate sul pavimento, e la mia resa incondizionata a questo caos che per la prima volta non tento di risolvere, di arginare o di correggere. Giace lì, come una traccia tangibile del mio cambiamento radicale, della mia stessa condizione di decentramento. Una migrazione fisica e una diaspora del cuore.

Su Bloor Street la gente prolifera come ogni venerdì di maggio. Il tempo è buono, quasi migliore dell’accenno d’estate italiana. Una parte di me si predispone nuovamente a essere la persona che era, l’altra osserva cinicamente i fantasmi del passato passeggiare per queste stesse strade, sedere a un patio, bere birra, ordinare caffè, comprare la frutta al solito market, in un’insolita sovrapposizione di dimensioni temporali, quella passata e quella presente, che sono terribilmente sfasate.

E’ strano, ma mi sento più migrante oggi che ho un visto di lavoro in questo paese straniero, di quanto non lo fossi le volte passate. Forse perché in questi mesi che sono stata lontana, si è radicata in me la consapevolezza che non si appartiene a niente.

Giù a Christie Pits c’è gente che gioca a baseball la domenica pomeriggio. E’ già un’estate calda, più calda di quella precedente. L’inverno è stato una parentesi assente, per me. Sono tornata in una città che esplode ancora di sole e cieli azzurrissimi, come se non avesse vissuto ibernata. Ho costeggiato il parco dove qualche volta mi sedevo a fumare, nelle sere che non era troppo buio. C’è ancora la stessa musica, gli stessi cani al guinzaglio, gli stessi alberi spaccati negli stessi identici punti delle loro vecchie cortecce. I tronchi consumati un po’ di più dalle intemperie, dalla neve che non ho potuto vedere. Al mio posto, una famiglia consuma un picnic.

Il bar all’angolo ha chiuso. Si aspettava la grande riapertura per settembre, ma è stata solo una promessa mancata. Non ci sono più le panche di legno, dove aspettavo che fosse pronto il bucato alla lavanderia a gettoni. Al posto della vecchia bicicletta arrugginita, per mesi incatenata a un palo, ce n’è una nuova di zecca, rosa. Dal cortile arrivano le chiacchiere delle vicine. Si lamentano per il tempo, per il terreno che non è buono, per i pomodori che non saranno abbastanza succosi quest’anno. Mi invitano ad entrare, mi salutano con abbracci affettuosi. Sono l’italiana che torna in Canada, porto buone o brutte notizie da casa. In giardino l’albero ha fiorito in un manto di petali bianchi che ora ricoprono il tavolo. La sagoma ombreggia ancora le sedie bianche e il vecchio barbecue. Non so perché sono venuta, non so cosa sto cercando. I pezzi di me sono taglienti come schegge di vetro rotto. Possono squartare il cuore. Ma non lo faranno. La mia corazza è troppo spessa.

 

Geografie della memoria

Beviamo birra ai tavoli dei patio. Rossa, forte, amara. E’ un maggio aspro, il vento imperversa sui pensieri macerati a bagno nel tempo, nella malinconia, nella dimenticanza di noi stesse. Si chiudono porte sul raziocinio, e si aprono porte sul cuore. Rincorro me stessa negli angoli più bui della mia persona. Una caccia al topo. I moscerini ti distraggono da pensieri futili. Li segui con gli occhi. Lo sguardo è lo stesso, ma diverso. Le parole sono le stesse, ma diverse. Sediamo, e torniamo a conoscerci dopo mesi. Tutto questo tempo che è passato e ha spirato sui nostri pensieri, deportandoci in luoghi della vita a cui non pensavamo di poter accedere. Ridiamo della nostra stessa condizione di desolazione. Dagli estremi della mia durezza e dei tuoi esperimenti di libertà, ci ritroviamo ancora qui a condividere qualcosa. Un linguaggio antico, gli errori, l’ingenuità di dialoghi costruiti ai margini delle nostre competenze linguistiche. Ci impressioniamo a vicenda. Non so dove potrà portarci questo stupore. Qualunque luogo sia, non sto cercando di costruirlo per noi.

Su tutti i dubbi scorrono fiumi di alcol. Basterà, o non basterà, la mia anestesia di una notte. Ti basterà, o forse non ti basterà, l’anestesia di questi mesi di assenza. Intanto rifletto su quanto sia pericolosa questa incompletezza. Rannicchiata nei buchi neri della mia anima, si risveglia quando forzo la mia misantropia a mitigarsi con una compagnia. Rifletto su quello che credevo vero, e non lo è. Su quello che credevo finto, e non lo è mai stato.

 

Un ritorno impossibile

È un venerdì di agosto. L’Italia è così lontana in queste notti.

Gli ubriachi siedono sull’ultimo gradino della scala antincendio. In un angolo oscuro del vicolo sputano rabbia e cattivi pensieri, qualche volta le risate ciniche riecheggiano in tutto il vicinato. Le urla mi svegliano prima dell’alba, quando è ancora troppo notte per smettere di inveire contro la vita.

Annuisco.

Il masochismo è una vocazione alle pessime idee che resiste persino alla mia super controllata autodisciplina. Mi ritrovo a rileggere cose di un’altra vita. Le mie parole sono il delirio di uno sconosciuto. Chi è questo pazzo che profetizza amore e felicità? Cos’è questa lingua misteriosa, piena di anatemi che uccidono l’incantesimo dell’indifferenza? 

“Mi fai impazzire”, dico a quella ragazza, in un sogno troppo distante per essere reale. Le tre parole aleggiano intraducibili nel silenzio di un luogo che abbiamo abbandonato per sempre, e sono la sintesi di un linguaggio proibito al cuore. È paradossale come proprio quelle parole abbiano creato un incanto, mentre l’eccesso di parole l’ha poi distrutto. Entrambe lo sappiamo. 

Lei ha un viso di porcellana. La sua fragilità è un urlo soffocato in strati e strati di annullamento e di alienazione. Nella visione onirica, caricata di tutte le fascinazioni del ricordo, la guardo come se usassi gli occhi per la prima volta, come se potesse rompermi e auto-distruggersi. Per un istante dimentico il rischio di uno scoppio nucleare, di una bomba atomica che potrebbe liquefarmi il cuore. In un istante, l’incastro perfetto della complessa struttura molecolare che la forma si sfalda. La matrioska si schiude in decine di bambole tutte identiche e stuccate. Le bambole partoriscono immagini uguali a se stesse, una dopo l’altra. Costruzioni intagliate con cura in lastre di legno isolante che tiene il mondo lontano dal cuore. Dal ventre dell’ultima bambola, esce la statuina più piccola, la materia grezza. Tutta la sua umanità è lì, in quel pezzo di legno sgargiante che è l’origine di tutti i pensieri più pesanti e tortuosi che ha. Il lato oscuro del suo universo di bambola. Io l’ho visto. Era vero.

Resta vulnerabile solo per poco. Quando tutti i pezzi si ricompongono, la fragilità della sua anima è solo un ricordo chiuso nelle scatole cinesi, assieme a un altro pezzo della mia stessa materia grezza. La formula magica non apre più l’incastro. Così devi abbandonare la danza, quando sei rimasto solo ad ascoltare l’ultima musica. La cancellazione è già qui. Non ci può essere nessuna guerra per contrastarla.

 

Universi paralleli

È una notte stellata. Nelle ultime notti che trascorro in questa città, Toronto ha una magia infranta. La malinconia che provo è un fascio di radiazioni intense, di sogni irrealizzati e irrealizzabili. La mia stessa condizione di spaesamento, di transizione, è una magia occulta. Nessun viaggio la potrà risolvere. Ora lo so. Ovunque sarò, la mia anima sarà fratturata in due o più pezzi. 

Ho raccolto l’ultimo girasole spontaneo di questa stagione, in una delle mie passeggiate notturne verso casa. Trovo un riflesso di me stessa, proiettato altrove, di qui a tre settimane, e mi sento come se avessi due vite distanti, parallele e inconciliabili. La mia condizione di esule è impressa così profondamente, incisa così chiaramente sulla mia pelle. È un marchio astratto e reale che devo imparare ad accettare. Sono qui, e non ci sarò più. Questo presente così transitorio, la mia vita fatta di tutti gli sforzi dei mesi che ho trascorso in questo paese, resteranno congelati ancora una volta. 

Non importa la quantità di tempo che trascorro qui, o in Italia. I mesi non sono mai abbastanza per essere pronti. Non ero pronta a tornare e non sono pronta ad andare. Sono solo stanca di resistere. Che la vita faccia di me quello che deve. 

 

Un ritorno impossibile II

Sono in Italia da ventiquattr’ore. Ci sono voluti sei mesi per dimenticare le vecchie abitudini. Il cassetto della biancheria, il colore del mio pigiama preferito, la forma del mio portachiavi, l’odore della mia macchina. Casa di nonna è sovraffollata, la sera del mio rientro. Non sono più abituata a condividere piccoli spazi con tante persone. I toni di voce alti mi infastidiscono. Macino pensieri a rilento, sono ancora assordata dal rombo dell’aereo, il sussulto delle perturbazioni. Il jet-lag. Dormo come se fossi in coma, è il letargo degli orsi che transitano da una stagione all’altra e il tempo del sonno li prepara alla primavera. Io ho bisogno di riabituarmi alla vita familiare, nel mio ruolo di figlia, sorella e nipote. Alla condivisione delle stanze, e dei pasti principali. Alla chiacchierata forzata. 

Rivedo gli amici di sempre. E il mio paese nella sua bolla di sporcizia e provincialismo. Penso agli scoiattoli e agli alberi di acero che costeggiavano la strada di casa mia a Toronto. Mi sento scaraventata in un continente rovesciato, l’universo asimmetrico che è tutto l’opposto dei miei sogni e dei miei desideri. 

Improvvisamente capisco il paradosso di questo ritorno. Il rientro è semplicemente impossibile. Casa è solo una parola che disegno sulla mappa dei miei viaggi, il posto effimero, inafferrabile, dove essere autentica. Canada e Italia si sovrappongono. Non posso decidere tra l’uno o l’altro paese, né scegliere tra chi ero e chi sono. A cosa appartengo ora che ho abbandonato entrambi? 

Eppure questa disseminazione è la mia vera forza. I nodi della storia si sciolgono e comprendo fino in fondo la frammentazione che ha puntellato il corso della mia vita, la mia generazione e il paese che ancora chiamo mio. Gli incroci trasversali rendono la narrazione impossibile all’interno dei confini della convenzione. Questa migrazione è infinita: si continua a partire senza approdare mai, indugiando in una costellazione di arrivederci e tentativi di ritorno.