Ho pubblicato una foto di me e Oliver stamattina.

Non avevo mai notato che sul muso la linea della bocca disegnava quasi un sorriso. Chissà se sorrideva davvero, o sto solo proiettando su di lui le mie aspettative. Qualcuno direbbe che l’abbiamo antropomorfizzato. A dire il vero, Oliver era un personaggio ultraterreno. Una specie di gatto-alieno.

Ho pensato a lungo di scrivere una storia che parlasse di lui, qualcosa che lo rendesse immortale anche oltre i miei pensieri e i miei ricordi. E’ difficile ripercorrere i nostri ricordi, le ‘cavalcate’ in giardino, i giorni in cui cominciava la primavera. La pianta di mimosa fiorita che adorava, e le ortensie i cui fiorellini celesti gli restavano attaccati al pelo come vessilli dell’amore spassionato che aveva per la sua libertà. Il nostro guardiano del giardino.

Da quando sono tornata, non sono riuscita ad andare neanche una volta nel posto dov’è seppellito, sotto all’albero di fichi. Avevo chiesto che non fosse lasciato solo, o senza fiori. Ma la verità è che non ci ho più messo piede in giardino, non ho più saputo scavalcare il cancello d’ingresso, facendo un fischio perché Oliver mi seguisse. Quello è un mondo abbandonato che posso solo ricordare con Oliver dentro, ma che non posso rivivere senza di lui.

C’è qualcosa di malefico nella morte di un animale. La costernazione è quella del lutto, ma qualcosa attorno a te non ti consente di esprimerlo come tale, te lo vieta, perché non è concesso. Forse perché è sentito come qualcosa di non eticamente o moralmente giusto. Invece c’è dignità nel compiangere una piccola anima curata e cresciuta in anni di dedicato amore reciproco e pazienza. E’ rimasto questo buco nero che è la sua fine. E niente può consolarlo. Quando si riapre la porta sulla memoria, non posso dire a nessuno quanto soffro per questa mancanza.

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Ho smesso di scrivere a maggio, quando Oliver è morto. C’era un’intesa singolare, tra me e lui. Come se il tempo trascorso insieme fosse la fonte stessa, il recinto assoluto della riflessione. Dopo, le cose hanno iniziato a vorticare frettolosamente. La vita ha preso una piega sbalorditivamente singolare. Unica.

Il rientro, i viaggi, il tempo dedicato all’amore, alla cura dell’altro. Alla cura di sé per l’altro. Quante cose ho imparato in quest’anno e mezzo di incontri, separazioni, distanze ricucite, e la costruzione di una quotidianità sana, spensierata, solida. L’ingresso nell’età adulta. I miei trent’anni che si sono affacciati così, tra il ritorno e una nuova partenza. Le avventure che si fanno più frequenti. I fitti intrecci di vita personale, lavoro, nuove sfide. Mettere su qualcosa di mio. E continuare a spandersi intorno, sopra, sotto. Ovunque arrivino le mani e i piedi.

Anni fa, in questi stessi giorni, scrivevo di un banco di orche intrappolate sotto uno strato di ghiaccio nelle acque della Hudson Bay, a Inukjuak, nel nord del Quebec. Quest’immagine mi aveva trafitto. I giganti che aggredivano la lastra che li imprigionava, per tentare un salto sul mondo, in quell’aria gelida che però li faceva respirare regalandogli qualche altro minuto di vita. Nel gennaio del 2013, commentando una foto scattata a quelle orche, scrivevo così:

“A ovest, quando il sole tramonta, i giganti si inchinano per l’ultima benedizione, l’ultima colata di luce prima che arrivi la notte. La vita è un respiro scavato negli anfratti dove il ghiaccio ha ceduto all’istinto di sopravvivenza”

In quel periodo sentivo che un legame letale mi univa a quell’immagine. Mi vedevo paralizzata dal ghiaccio, come un’orca smarrita a cui piano piano inizia a mancare l’aria. Per fortuna sia il mio destino che quello delle orche è cambiato grazie all’arrivo provvidenziale di persone che hanno coraggiosamente scassato il ghiaccio, creando dei varchi di salvezza.

Oggi posso dire che siamo stati fortunati ad aver trovato qualcuno in grado di creare delle crepe. Qualcuno abbastanza forte da sfidare tutto quel gelo. Tutta quella neve.

Le persone come me a volte sono troppo prese da se stesse, dagli incanti e dagli orrori del piccolo mondo che si costruiscono attorno. Vorrei dire che il problema è il ghiaccio, anche se poi si è sciolto. Invece non è solo così. E’ anche così, ma è anche che siamo persone abituate a crogiolarci nella solitudine. Abbiamo bisogno di un po’ di tempo per esplodere e sentire veramente l’altro, per capire fino in fondo che la vita ha avuto una virata. Che le cose sono buone e saranno buone.

Tu hai fatto una bellissima magia. Una magia inaspettata che continua ogni giorno. La vedo. E’ meravigliosa e duratura. Soprattutto è vera. E sono profondamente grata per tutto questo.

 

 

 

 

È una settimana che te ne sei andato. Non ho più smesso di pensare a te, da quando è successo. Alla fragilità della vita, che siamo indifesi di fronte al caos delle casualità.

Immagino giornate di sole, lontano, a casa mia. Le foglie della pianta sconosciuta che da sempre si inerpica su per il pergolato frusciano al vento di fine aprile. Nell’aria c’è il profumo di glicine che ti piaceva tanto. Il tuo regno vuoto, privo della tua presenza. Il silenzio delle cose che amavi.

Le lucertole scorrazzano indisturbate. Gatti sono venuti da altri giardini ad occupare i posti che preferivi. Tutto mi parla di te in quei luoghi che hai abbandonato per sempre, amico mio.

Lacrimo nelle mattinate fresche, in questo paese che mi ha tenuto lontano da te così a lungo. Aspettavo il rientro per ritrovare le nostre piccole abitudini, quei riti che sapevamo noi. La sigaretta dopo cena, le passeggiate in giardino, ai confini dell’erba alta dove solo tu, poi, ti sapevi avventurare.

Temo di trovare la tua assenza in quei luoghi.

Te ne sei andato per gioco. Il tuo spirito di avventura ti ha fregato così miseramente. La vita è tanto delicata. Siamo tutti macchine complesse, i nostri organi funzionano in modi straordinariamente difficili da comprendere, eppure in un attimo la scintilla che ci anima ci abbandona, e ci allontaniamo da questo mondo, cancellati dall’esistenza.

Questa è forse la cosa più crudele che sappiamo di noi stessi. Che lo spirito è una fiammella spenta in un soffio. Quando il vento tira, non c’è riparo.

16 settembre 2014.

Ti rispondo da qui, che è l’unico luogo da cui posso parlarti. Da questo spazio bianco, immacolato, che prova a essere un purgatorio per la redenzione. La camera iperbarica dove decomprimere i pensieri. L’universo rovesciato dei miei silenzi. Ti scrivo da qui perché ho provato ad avere la forza per affrontare un dialogo con te che non sia interrotto. Eppure continuo a scontrarmi con un muro, per ragioni che non comprendo, ma che, per una subdola ironia della sorte, sono le stesse di sempre, di un altrove lontano, molto remoto, di cui tu non fai più parte e nel quale, tuttavia, ti ritrovi. Volente o nolente. Ovviamente, senza saperlo.

Dici che ci vuole silenzio. Lo dici a me, o forse no. Lo dici a te, o forse no. Anche questo circolo di letture e interpretazioni è vizioso, ma non posso fare altro che seguirlo, incanalandomi sul filo di una circonferenza sottilissima, dai bordi scivolosi, che mi fa sentire stupida e in trappola. Ci ho messo un’energia immane per riverirti come si fa con le cose fragili. Tu non puoi saperlo. Non sai quante cose sono accadute in questo mondo rovesciato, mentre ti allontanavi, mentre sprofondavi da qualche parte, in altri silenzi, altre storie, altre paure da accollarti. E io costruivo cose su cose, dentro cose, sopra le cose. Ammassi di cose ovunque. Mi hanno riempito la testa, con una mancanza di logica perversa, opprimente.

Le parole scoppiano agli angoli della bocca. Posso dirtele o no? Posso venire a prenderti, venire a rincorrerti, venire a dirti che non voglio allontanarmi? Che non voglio perderti?

9 ottobre 2014

Dall’aeroporto di Napoli sono partiti tanti voli. Aeromobili si sono alzati in un cielo terso, senza neanche un accenno di nuvole. Una giornata perfetta per la navigazione.

Le correnti si sono placate per lasciare spazio al viaggio. Torpore e agitazione nella cabina, il viavai delle hostess. L’allarme delle cinture di sicurezza. Le dimostrazioni anti-apocalisse. Tutto si è svolto come al solito.

Ma io non c’ero.

L’aereo è andato senza di me. Io sono rimasta.

Oggi era il giorno destinato alla partenza. Il giorno degli arrivederci, o degli addii. Lasciare tutto indietro e fare un giro attorno al mondo. Ritrovarmi da un’altra parte, nella galassia delle distanze.

Avrei messo la sveglia alle otto, infilato in valigia il pigiama, preso la borsa. Controllato cento volte di avere il passaporto e la carta d’imbarco. Avrei camminato fino al controllo sicurezza con la mia mole di bagagli e sensi di colpa. Lanciato un ultimo sguardo alla vetrina che separa gli avventurieri dai sedentari, gli sconfinatori di orizzonti dai placidi sedimentari, avrei imboccato il corridoio fino ai ruoti su cui girano gli averi consentiti, avrei svuotato le tasche degli spiccioli inutilizzati, e poi giù, fino al gate, nella bolla sfatata della mia solitudine che non ha saputo scoppiare. Che non si è saputa arrendere.

Avrei potuto farlo così, come altre volte, ma peggio di altre volte. E non l’ho fatto. Non oggi.

Ho sfidato la mia sorte. Per una volta, penso di aver vinto. Per una volta, sono sicura di aver fatto la cosa giusta.

Ho scritto una frase, il giorno in cui ti ho ritrovata, sul libro che ho comprato per te. Parla di paure e di tigri di carta. Non so dove porterà questa strada, non so che impatto avrà questo tempo. Ma questa notte non può passare se non affrontiamo le ombre e non capiamo che sono solo gli ologrammi di piccoli oggetti reali, comuni, come gli aerei che partono, ma che poi ritornano. Come la vita che prima ti nega tutto, e poi te lo restituisce a modo suo. Con i suoi tempi. E puoi solo accettarlo e essere grata fino alla fine.

 

 

 

Svegliarsi. Alle tre, alle quattro. Rimanere in piedi fino alle cinque. Fumare una sigaretta, sottile, rollata col tabacco più sporco, quello che si annida sul fondo del pacchetto e che racimolo nel palmo della mano. Sul balcone i gerani hanno fiorito e sfiorito, dal vaso di coccio viene fuori un odore di menta e basilico, il principio e la fine di quest’agosto. Non avrei dovuto essere qui, invece ci sono. I chilometri crescono, le distanze aumentano. Impossibile tenere il conto. Pensavo di averlo già saldato il mio debito.

Nei sogni non ti vedo, ma li infesti con i tuoi simboli ed il tuo caos. Seguo la scia di briciole di pane che ti lasci dietro. Porta a labirinti di silenzio nei cui corridoi vorticosi si nascondono segni da decifrare. Dove sarà la casa di marzapane? E’ davvero lì che voglio arrivare?

Tutti questi dialoghi taciuti mi rassicurano e mi inquietano. Sono o non sono sola a guardarti da un cono d’ombra, seduta su un gradino, mentre la piazza si riempie e si svuota, e ognuno passa e dice la sua, ma non sei mai tu e non è mai quello che voglio sentire? Le ricerche sono estenuanti. Quanta fatica mi costa questa codifica. Tradurti è un’arte difficile. Centello le parole come invisibili granuli d’oro aggrappate alle maglie di un colino. Il fiume passa e porta via. Anche noi stiamo passando.

Mentre sgrano una a una le polveri sottili, quello che respiro potrebbe essere magia o piombo. Certo, c’è un posto vuoto, da qualche parte, su quel gradino, nel cono d’ombra. Vorrei dirti che c’è tempo. Ma dimmelo tu. Dammelo tu il colpo di scena. Sii la sorpresa che non mi aspettavo. Dimostrami che mi sbagliavo.

 

Itaca

Traduzione dall’inglese del racconto “Ithaca” in L. Canton (a cura di), Cospicuous Accents, Montreal (Canada), Longbridge, 2014.

“Itaca”

Partenze

E’ la mia ultima settimana in Italia. Ho sprecato otto mesi della mia vita per prepararmi a questa partenza, ma la verità è che non esiste nessun modo per essere pronti ad andare, anche quando partire è l’unica scelta possibile. Non si può restare per paura dell’ignoto, ma si va, facendo un salto nel vuoto.

Ho rinunciato a due proposte, due modi per restare. Sarebbe stato semplice, molto più facile che impacchettare la mia vita, comprimerla in una valigia e andare. Ma non è quello che sogno per me. So che c’è molto di più oltre Napoli, fuori dall’università dove ho trascorso gli ultimi dieci anni della mia formazione professionale, lontana da prospettive che già conosco, da questo paese che si sgretola quotidianamente davanti ai miei occhi. Forse posso ancora permettermi di rischiare un poco, e di vivere come se non appartenessi a niente.

 

Un altro arrivo

E’ una giornata che dura da trentadue ore. Mi arrendo all’impossibilità di descrivere lo spaesamento che si prova ad attraversare un continente in un giorno per entrare in un altro. Lo potrebbero dire le mie valigie, poggiate sul pavimento, e la mia resa incondizionata a questo caos che per la prima volta non tento di risolvere, di arginare o di correggere. Giace lì, come una traccia tangibile del mio cambiamento radicale, della mia stessa condizione di decentramento. Una migrazione fisica e una diaspora del cuore.

Su Bloor Street la gente prolifera come ogni venerdì di maggio. Il tempo è buono, quasi migliore dell’accenno d’estate italiana. Una parte di me si predispone nuovamente a essere la persona che era, l’altra osserva cinicamente i fantasmi del passato passeggiare per queste stesse strade, sedere a un patio, bere birra, ordinare caffè, comprare la frutta al solito market, in un’insolita sovrapposizione di dimensioni temporali, quella passata e quella presente, che sono terribilmente sfasate.

E’ strano, ma mi sento più migrante oggi che ho un visto di lavoro in questo paese straniero, di quanto non lo fossi le volte passate. Forse perché in questi mesi che sono stata lontana, si è radicata in me la consapevolezza che non si appartiene a niente.

Giù a Christie Pits c’è gente che gioca a baseball la domenica pomeriggio. E’ già un’estate calda, più calda di quella precedente. L’inverno è stato una parentesi assente, per me. Sono tornata in una città che esplode ancora di sole e cieli azzurrissimi, come se non avesse vissuto ibernata. Ho costeggiato il parco dove qualche volta mi sedevo a fumare, nelle sere che non era troppo buio. C’è ancora la stessa musica, gli stessi cani al guinzaglio, gli stessi alberi spaccati negli stessi identici punti delle loro vecchie cortecce. I tronchi consumati un po’ di più dalle intemperie, dalla neve che non ho potuto vedere. Al mio posto, una famiglia consuma un picnic.

Il bar all’angolo ha chiuso. Si aspettava la grande riapertura per settembre, ma è stata solo una promessa mancata. Non ci sono più le panche di legno, dove aspettavo che fosse pronto il bucato alla lavanderia a gettoni. Al posto della vecchia bicicletta arrugginita, per mesi incatenata a un palo, ce n’è una nuova di zecca, rosa. Dal cortile arrivano le chiacchiere delle vicine. Si lamentano per il tempo, per il terreno che non è buono, per i pomodori che non saranno abbastanza succosi quest’anno. Mi invitano ad entrare, mi salutano con abbracci affettuosi. Sono l’italiana che torna in Canada, porto buone o brutte notizie da casa. In giardino l’albero ha fiorito in un manto di petali bianchi che ora ricoprono il tavolo. La sagoma ombreggia ancora le sedie bianche e il vecchio barbecue. Non so perché sono venuta, non so cosa sto cercando. I pezzi di me sono taglienti come schegge di vetro rotto. Possono squartare il cuore. Ma non lo faranno. La mia corazza è troppo spessa.

 

Geografie della memoria

Beviamo birra ai tavoli dei patio. Rossa, forte, amara. E’ un maggio aspro, il vento imperversa sui pensieri macerati a bagno nel tempo, nella malinconia, nella dimenticanza di noi stesse. Si chiudono porte sul raziocinio, e si aprono porte sul cuore. Rincorro me stessa negli angoli più bui della mia persona. Una caccia al topo. I moscerini ti distraggono da pensieri futili. Li segui con gli occhi. Lo sguardo è lo stesso, ma diverso. Le parole sono le stesse, ma diverse. Sediamo, e torniamo a conoscerci dopo mesi. Tutto questo tempo che è passato e ha spirato sui nostri pensieri, deportandoci in luoghi della vita a cui non pensavamo di poter accedere. Ridiamo della nostra stessa condizione di desolazione. Dagli estremi della mia durezza e dei tuoi esperimenti di libertà, ci ritroviamo ancora qui a condividere qualcosa. Un linguaggio antico, gli errori, l’ingenuità di dialoghi costruiti ai margini delle nostre competenze linguistiche. Ci impressioniamo a vicenda. Non so dove potrà portarci questo stupore. Qualunque luogo sia, non sto cercando di costruirlo per noi.

Su tutti i dubbi scorrono fiumi di alcol. Basterà, o non basterà, la mia anestesia di una notte. Ti basterà, o forse non ti basterà, l’anestesia di questi mesi di assenza. Intanto rifletto su quanto sia pericolosa questa incompletezza. Rannicchiata nei buchi neri della mia anima, si risveglia quando forzo la mia misantropia a mitigarsi con una compagnia. Rifletto su quello che credevo vero, e non lo è. Su quello che credevo finto, e non lo è mai stato.

 

Un ritorno impossibile

È un venerdì di agosto. L’Italia è così lontana in queste notti.

Gli ubriachi siedono sull’ultimo gradino della scala antincendio. In un angolo oscuro del vicolo sputano rabbia e cattivi pensieri, qualche volta le risate ciniche riecheggiano in tutto il vicinato. Le urla mi svegliano prima dell’alba, quando è ancora troppo notte per smettere di inveire contro la vita.

Annuisco.

Il masochismo è una vocazione alle pessime idee che resiste persino alla mia super controllata autodisciplina. Mi ritrovo a rileggere cose di un’altra vita. Le mie parole sono il delirio di uno sconosciuto. Chi è questo pazzo che profetizza amore e felicità? Cos’è questa lingua misteriosa, piena di anatemi che uccidono l’incantesimo dell’indifferenza? 

“Mi fai impazzire”, dico a quella ragazza, in un sogno troppo distante per essere reale. Le tre parole aleggiano intraducibili nel silenzio di un luogo che abbiamo abbandonato per sempre, e sono la sintesi di un linguaggio proibito al cuore. È paradossale come proprio quelle parole abbiano creato un incanto, mentre l’eccesso di parole l’ha poi distrutto. Entrambe lo sappiamo. 

Lei ha un viso di porcellana. La sua fragilità è un urlo soffocato in strati e strati di annullamento e di alienazione. Nella visione onirica, caricata di tutte le fascinazioni del ricordo, la guardo come se usassi gli occhi per la prima volta, come se potesse rompermi e auto-distruggersi. Per un istante dimentico il rischio di uno scoppio nucleare, di una bomba atomica che potrebbe liquefarmi il cuore. In un istante, l’incastro perfetto della complessa struttura molecolare che la forma si sfalda. La matrioska si schiude in decine di bambole tutte identiche e stuccate. Le bambole partoriscono immagini uguali a se stesse, una dopo l’altra. Costruzioni intagliate con cura in lastre di legno isolante che tiene il mondo lontano dal cuore. Dal ventre dell’ultima bambola, esce la statuina più piccola, la materia grezza. Tutta la sua umanità è lì, in quel pezzo di legno sgargiante che è l’origine di tutti i pensieri più pesanti e tortuosi che ha. Il lato oscuro del suo universo di bambola. Io l’ho visto. Era vero.

Resta vulnerabile solo per poco. Quando tutti i pezzi si ricompongono, la fragilità della sua anima è solo un ricordo chiuso nelle scatole cinesi, assieme a un altro pezzo della mia stessa materia grezza. La formula magica non apre più l’incastro. Così devi abbandonare la danza, quando sei rimasto solo ad ascoltare l’ultima musica. La cancellazione è già qui. Non ci può essere nessuna guerra per contrastarla.

 

Universi paralleli

È una notte stellata. Nelle ultime notti che trascorro in questa città, Toronto ha una magia infranta. La malinconia che provo è un fascio di radiazioni intense, di sogni irrealizzati e irrealizzabili. La mia stessa condizione di spaesamento, di transizione, è una magia occulta. Nessun viaggio la potrà risolvere. Ora lo so. Ovunque sarò, la mia anima sarà fratturata in due o più pezzi. 

Ho raccolto l’ultimo girasole spontaneo di questa stagione, in una delle mie passeggiate notturne verso casa. Trovo un riflesso di me stessa, proiettato altrove, di qui a tre settimane, e mi sento come se avessi due vite distanti, parallele e inconciliabili. La mia condizione di esule è impressa così profondamente, incisa così chiaramente sulla mia pelle. È un marchio astratto e reale che devo imparare ad accettare. Sono qui, e non ci sarò più. Questo presente così transitorio, la mia vita fatta di tutti gli sforzi dei mesi che ho trascorso in questo paese, resteranno congelati ancora una volta. 

Non importa la quantità di tempo che trascorro qui, o in Italia. I mesi non sono mai abbastanza per essere pronti. Non ero pronta a tornare e non sono pronta ad andare. Sono solo stanca di resistere. Che la vita faccia di me quello che deve. 

 

Un ritorno impossibile II

Sono in Italia da ventiquattr’ore. Ci sono voluti sei mesi per dimenticare le vecchie abitudini. Il cassetto della biancheria, il colore del mio pigiama preferito, la forma del mio portachiavi, l’odore della mia macchina. Casa di nonna è sovraffollata, la sera del mio rientro. Non sono più abituata a condividere piccoli spazi con tante persone. I toni di voce alti mi infastidiscono. Macino pensieri a rilento, sono ancora assordata dal rombo dell’aereo, il sussulto delle perturbazioni. Il jet-lag. Dormo come se fossi in coma, è il letargo degli orsi che transitano da una stagione all’altra e il tempo del sonno li prepara alla primavera. Io ho bisogno di riabituarmi alla vita familiare, nel mio ruolo di figlia, sorella e nipote. Alla condivisione delle stanze, e dei pasti principali. Alla chiacchierata forzata. 

Rivedo gli amici di sempre. E il mio paese nella sua bolla di sporcizia e provincialismo. Penso agli scoiattoli e agli alberi di acero che costeggiavano la strada di casa mia a Toronto. Mi sento scaraventata in un continente rovesciato, l’universo asimmetrico che è tutto l’opposto dei miei sogni e dei miei desideri. 

Improvvisamente capisco il paradosso di questo ritorno. Il rientro è semplicemente impossibile. Casa è solo una parola che disegno sulla mappa dei miei viaggi, il posto effimero, inafferrabile, dove essere autentica. Canada e Italia si sovrappongono. Non posso decidere tra l’uno o l’altro paese, né scegliere tra chi ero e chi sono. A cosa appartengo ora che ho abbandonato entrambi? 

Eppure questa disseminazione è la mia vera forza. I nodi della storia si sciolgono e comprendo fino in fondo la frammentazione che ha puntellato il corso della mia vita, la mia generazione e il paese che ancora chiamo mio. Gli incroci trasversali rendono la narrazione impossibile all’interno dei confini della convenzione. Questa migrazione è infinita: si continua a partire senza approdare mai, indugiando in una costellazione di arrivederci e tentativi di ritorno.

 

 

 

Mi chiama dappertutto. L’eco della sua voce rimbomba nel giardino, tra le foglie di edera e le erbacce che infestano i tronchi degli alberi e tutt’intorno alle vecchie giostre abbandonate e arrugginite. Mi nascondo sotto ai cespugli. Questo agosto afoso tutt’a un tratto mi scompensa. Sono debole. La battaglia di stanotte mi ha stremato. Striscio cercando sollievo nella terra, la polvere mi ingolfa il respiro. Vorrei dirle che ci sono, e che solo la solitudine può curarmi, ma non appena alzo la testa e provo a muovere il corpo, le zampe non mi reggono e la pancia brontola forte.

La mia compagna di passeggiate è disperata, mi parla tra le piante come se sapesse che sono qui. Sento il suo dolore, vedo quello che pensa. Ha bisogno di me. Questo gemellaggio è così profondo, ci amiamo come se appartenessimo allo stesso mondo. Siamo così uguali nel nostro modo di essere schivi e al tempo stesso fiduciosi, ci conquisti a fatica, ma quando ci hai siamo tuoi per sempre. Siamo stati gatti insieme, e poi topi nelle nostre fughe solitarie, scherniti da tutto, messi al tappeto, messi al muro. Abbiamo combattuto mille scontri, fianco a fianco. Io ero lì quando lei ha ceduto, lei era lì quando sono stato malato, quando i miei fratelli sono morti, quando io stesso ero vicino a lasciare questa vita. C’è mancato poco.

Ieri notte, nella battaglia finale, davanti a quella luna che sembrava volesse ingoiare il mondo, ho pensato che, seppure fossi morto, seppure quel ratto enorme mi avesse squarciato la pancia e ucciso, questa vita ha avuto un senso solo perché mi sono dato. Mi sono dato anche quando non volevo, quando avevo paura che lei mi avrebbe fatto del male, che mi avrebbe portato via dalla mia casa. Eppure mi sono fidato. Così funziona questa grande caccia al topo secondo me. Che hai bisogno di un alleato, di un confidente, di un amico, perché la guerra è atroce. Vi scegliete. Scegliersi non significa dirsi “sei mio”. Scegliersi vuol dire mostrare all’altro la parte più vulnerabile di te e dire “ecco, questo sono io”. Se l’altro fa lo stesso, allora non avrete bisogno di difendervi e potrete essere docili insieme.

Quando uscirò da qui glielo dirò. Le dirò che il miracolo più straordinario che ci possa accadere è dare la nostra fiducia e non essere delusi. Le dirò che ne è valsa la pena. Lei prenderebbe la luna per me. E io ho provato ad afferrarla con tutte e due le zampe tante volte. Le voglio dire che se non la capisci, questa cosa della fiducia e dell’essere docili e della vulnerabilità scoperta, allora non fai per noi. Se non capisci quanto ci vuole per quelli come noi a stenderti una zampa senza tirare fuori gli artigli, a lasciarsi grattare sulla pancia mentre socchiudiamo gli occhi, allora no, decisamente non fai per noi. Se ci abbandoni quando siamo malati, se ci lasci soli quando non vogliamo essere soli, allora le fusa più rumorose che sappiamo fare non possono essere per te e non te le vogliamo dare. Se ti scegliamo, e tu non capisci che ti abbiamo scelto, se ti diciamo un segreto e tu hai paura, allora con te no, davvero non ci giochiamo.

 

È tardi. La finestra è aperta. Dall’altro lato della strada ti vedo, una luce accesa, un’ombra. Intorno tutta terra bruciata, il fuoco che ha arso e distrutto, la neve che ha consumato, l’acqua che si é sciolta e ha impantanato, le pozze dove ho messo i piedi nudi fino a sporcarmi caviglie e ginocchia, fino a imbrattarmi i vestiti.

Da quella parte non parli. C’è un silenzio in quest’aria d’estate, di cicale sui rami più alti degli alberi da giardino, di miagolii, di Oliver che insegue gli uccelli e che di notte dá la caccia ai topi per ucciderli.

Penso a quante parole potrei dire, ma non dico. Ai limiti tra ciò che è reale e ciò che immagino, tra quello che é concesso e quello che é proibito, faccio fatica a comprendere cosa è lecito e cosa è illegale chiedere. Cos’e troppo o troppo poco? Non c’è nessun manuale a svelare l’arcano, solo io con tutte le fratture e gli sforzi, i tentativi innumerevoli di comprensione.

Ho vissuto la città in tutte le sue transizioni. Dal caldo dell’estate all’autunno canadese. Dal colpo di coda dell’inverno all’incedere della primavera. Toronto si scongela lentamente. Le vanghe per spalare la neve ancora appoggiate alle ringhiere dei patio, mentre ricompaiono le biciclette, le macchine sportive, le giacche estive e le magliette a mezze maniche. 

Dopo sei anni, queste strade mi riservano ancora qualche sorpresa. La chiesa di scientology, a nord di Bloor Street, le case vittoriane su Lowther Avenue che ospitano confraternite e studentati. Una domenica di Pasqua, verso sera, le luci della CN Tower che illuminano un cielo straordinariamente limpido. Le mie passeggiate lunghe, chilometriche, ripercorrendo Brunswick fino a College Street, rullando l’ultima sigaretta della giornata.

La rinascita è qui, tutta in questi quattro passi verso casa, leggeri come se non ci fosse nulla a ciondolare sulla testa. Come se tutto il peso delle assenze, delle mancanze, fosse evaporato in una nuvola di piume. Posso ricordare con un sorriso i miei viaggi in pullman verso Hamilton, l’esperienza stessa della solitudine e dell’abbandono. Dalla morte alla vita. Risorgere dalla più profonda delle distruzioni. Salvarsi, invece che sopravvivere. La ruota ha ripreso a girare quando ho smesso di resistere.   

   

Il grigiore di questa città viene fuori quando piove. La temperatura si alza di quel tanto da permettere ai cumuli di neve di sciogliersi. Gli ammassi immacolati accatastati ai lati dei marciapiedi rivelano a poco a poco mucchi di immondizia avvinghiata a lastre spesse di ghiaccio, foglie dell’autunno passato ibernate dalla tempesta su cui le macchine si solevano dall’asfalto, scivolando su una pista di pattinaggio.

Questo ritorno mi rasserena. Non c’è nulla da aspettare o da cambiare. La città è quello che è, sotto il suo manto di latte sporco. Riprendo la vita da capo, senza fratture, senza assenze né nostalgie. Ho avuto la benedizione di ritrovare tutto intatto, tutto come l’avevo lasciato. Persino il freddo si è soltanto intensificato in un crescendo che non mi spiazza, non mi stravolge, non mi lascia perplessa. 

Appartengo a questi luoghi più di quanto penso e di quanto so. E’ un cordone che difficilmente si spezzerà ma che non sto provando ad accorciare. Al tempo stesso, non mi stacco mai dall’altra casa, per paura che lasciare qui e tornare altrove possa essere ancora un altro trauma. Lo sarà comunque, ma tento di ammortizzarne gli effetti. 

Questa vita è elastica, contiene tutto e poi si accorcia, mi rilancia la carica addosso come una fionda. E si riprende tutto indietro. Sono parte di questo meccanismo di rivolta a molla, che si scarica e si ricarica a lentezza e velocità impreviste. La stabilità è un obiettivo ancora troppo lontano. Dopotutto che cos’è l’immobilità, se non la rinuncia alla mutevolezza? Giungo alla conclusione che posso essere ovunque e in nessun luogo, che sono nella spirale del viaggio e il ritorno è sempre più impossibile.